Carburanti, Confesercenti: il bancomat del prelievo fiscale non funziona più

C’è un limite all’efficacia dell’aumento delle imposte petrolifere e un legame fra livello delle accise e consumi dei carburanti: con un prelievo fiscale cresciuto del 54% negli anni di crisi la flessione dei consumi ha toccato il 21%. La spesa delle famiglie è cresciuta del 50% e dal 2002 al 2013 il prelievo fiscale è aumentato di ben 176 miliardi di euro. Tutto questo in un contesto in cui l’uso delle accise è passato da risorsa usata per le emergenze a gettito usato per garantire l’equilibrio dei conti pubblici. E’ quanto rileva uno studio di Confesercenti.

In Europa l’escalation inarrestabile di accise e Iva ha portato l’Italia a collocarsi al secondo posto per accise, al primo posto per prezzo alla pompa sulla benzina – 11,5% oltre la media europea – al secondo posto per carico fiscale complessivo, ovvero il 17% oltre la media europea. Ma non è diverso l’andamento del carico fiscale sul gasolio. Secondo la sigla, un ulteriore intervento sui carburanti non avrebbe vantaggi sul piano del gettito, perché ci sarebbe una ulteriore contrazione dei consumi.

“Tradizionalmente, il comparto dei prodotti petroliferi è stato utilizzato come una sorta di “bancomat” dal fisco italiano: a fronte di consumi ritenuti poco elastici, la manovra sulle accise è stata considerata come uno strumento certo e immediato per fare cassa e per innescare un extragettito aggiuntivo sul versante dell’IVA – rileva Confesercenti – Gli automatismi sottostanti a tale approccio hanno funzionato fino alla metà degli anni duemila. Dal 2005 e, soprattutto, dall’affiorare dei primi segnali della crisi economica (2007), si è venuta a creare una forbice crescente fra andamento delle imposte e andamento dei consumi petroliferi: alla crescita delle prime corrispondeva una flessione dei secondi. In sostanza, la combinazione fra un reddito disponibile cedente (per effetto della crisi) e ripetuti aumenti di accise e Iva si è ripercossa pesantemente sui consumi, determinando una significativa “evaporazione” della base imponibile. Conseguentemente, gli aumenti delle aliquote non sono stati in grado di garantire una crescita del gettito e, anzi, hanno contribuito in maniera determinante alla sua flessione”.

Confesercenti mette in evidenza tre aspetti: in primo luogo la caduta dei consumi, destinata a raggiungere quota meno 21% nel 2013; la forte crescita della spesa sostenuta da famiglie e imprese, pari a un aumento fino al 50%; il gettito fornito da accise e Iva gravanti su benzina e gasolio, che dal 2002 a oggi è stato pari a 176 miliardi di euro. Nel dettaglio, il peso delle imposte (accise + IVA) è pari al 60,8% nel caso della benzina e al 55,7% nel caso del gasolio.

Gli aumenti sono stati molto forti negli ultimi tre anni e hanno cambiato progressivamente finalità. Confesercenti evidenzia infatti che “nel più lontano passato, gli aumenti delle accise sui prodotti petroliferi furono quasi esclusivamente finalizzati a finanziare emergenze provocate da eventi naturali (disastro Vajont, alluvione Firenze, terremoti Belice, Friuli, Irpinia) e crisi internazionali (crisi di Suez, guerra del Libano, missione in Bosnia). Nel loro insieme tali aumenti sono responsabili di una crescita del prezzo al consumo pari a circa 23 centesimi di euro per litro”. Segue un periodo in cui, dai primi anni duemila, all’uso del peso fiscale per fronteggiare eventi naturali, quali il sisma a L’Aquila e in Emilia, e crisi politiche, si sono aggiunti altri obiettivi quali il rinnovo del contratto autoferrotranvieri del 2004, l’acquisto di bus ecologici del 2005, il finanziamento della cultura nel 2011, insieme al più generale obiettivo dell’equilibrio dei conti pubblici (con il decreto “salva Italia” del dicembre 2011). Di conseguenza “la componente del prezzo finale di benzina e gasolio riconducibile alle scelte di politica fiscale succedutesi nel tempo ammonta ormai a circa 41 centesimi di euro al litro”. Sull’aumento dei prezzi incide inoltre l’aumento dell’Iva, passata prima dal 20 al 21%, poi dal 21 al 22%.

Non è finita  qui. Nell’immediato futuro ci si aspetta infatti un aumento dell’aliquota dell’accisa sulla benzina e sul gasolio, determinato dal decreto del Fare: l’entità è ancora incerta ma si sa che nel 2014 dovrà essere assicurato un maggiore gettito pari a 75 milioni di euro. A questo si aggiunge una clausola di salvaguardia, stabilita dal decreto Imu, che in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di maggior gettito attesi, prevede appunto un nuovo aumento delle accise.

Tutte queste decisioni di politica fiscale, spiega Confesercenti, collocano l’Italia al vertice della classifica europea per quanto riguarda il carico impositivo sui prodotti petroliferi. Solo per la benzina, ad esempio, l’Italia in Europa è al primo posto per livello del prezzo alla pompa, superiore dell’11,5% alla media europea; al secondo posto per il carico fiscale complessivo, oltre il 17% rispetto alla media europea; al terzo posto per l’incidenza del prelievo sul prezzo alla pompa, pari al 62,3% contro una media europea del 57,9%. “Si può stimare – afferma Confesercenti – che un differenziale di imposte rispetto alla media europea pari, rispettivamente, a 15 centesimi nel caso della benzina e a 20 per il gasolio, significa un maggior prelievo di quasi 3,1 miliardi di euro  a carico delle famiglie e delle imprese italiane”.

Tutto questo, però, si scontra con il fatto che a partire dal 2005 all’aumento delle imposte corrisponde una flessione dei consumi: “in pratica, ad un aumento del 54% del livello impositivo, i consumi hanno denunciato una flessione del 21% – conclude Confesercenti – Con un risultato finale solo apparentemente paradossale: gli aumenti di imposte hanno avuto l’effetto di deprimere l’economia senza incassare quanto previsto a tavolino e, anzi, determinando una flessione degli incassi ante-aumento”. Il bancomat rappresentato dai prodotti petroliferi, insomma, si è inceppato.

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