Confesercenti: se si vuole la crescita bisogna agire sui consumi interni

Per rafforzare i consumi e la crescita del Pil, occorre rimettere i soldi in tasca agli italiani, ponendo al centro delle politiche economiche il rafforzamento del potere d’acquisto delle famiglie. Lo ha affermato  Confesercenti nel corso della sua assemblea annuale, all’interno della quale è stato presentato un lavoro di ricerca che mostra come i futuri incrementi retributivi contrattuali uniti alla detassazione attualmente riconosciuta ai premi di produttività ci farebbe guadagnare mezzo punto di crescita dei consumi e di Pil in più all’anno.

Secondo le simulazioni condotte da Cer Eures per Confesercenti, l’estensione della detassazione permetterebbe alle famiglie, a fronte di ogni incremento aggiuntivo della retribuzione del 2% in termini reali, di recuperare 10 miliardi di reddito disponibile, con effetti positivi sulla crescita, sul tessuto imprenditoriale e sull’occupazione: permetterebbe infatti la nascita di 5mila imprese del commercio in più e la creazione di 60mila posti di lavoro.

La nostra proposta mira a ridare centralità ai consumi. L’istanza per la competitività ha trovato ufficiale riconoscimento con l’adozione del programma Industria 4.0, di cui parte integrante sono le detrazioni fiscali riconosciute agli investimenti produttivi”.

Nonostante due anni di ripresa, i consumi finali degli italiani sono ancora abbondantemente al di sotto dei livelli registrati prima della recessione: al netto dell’inflazione, nel 2016 i consumi sono ancora inferiori del -4,8% ai livelli pre-crisi (2007), per circa 47 miliardi di euro in meno in valori assoluti. La ripresa dei consumi, insomma, non è ancora arrivata: continuando ai ritmi attuali, torneremo ai livelli di consumi del 2007 solo nel 2020. La differenza di dinamismo tra esportazioni e consumi è ancora più eclatante se si esamina il differenziale di crescita tra i due: dal 2008 a oggi, l’aumento delle esportazioni ha sopravanzato quello della spesa delle famiglie di quasi 13 punti, e toccherà i 21 punti nel 2019.

In questo quadro, l’annuncio del blocco delle clausole di salvaguardia è estremamente positivo. L’aumento IVA previsto, infatti, avrebbe frenato ancora di più la ripresa dei consumi e la crescita del Pil. Se si procedesse all’innalzamento delle aliquote, perderemmo a regime 8,2 miliardi di consumi: si tratta di circa 305 euro di spesa in meno a famiglia. Sul prodotto interno lordo, invece, l’impatto negativo ammonterebbe a -5 miliardi di euro.

L’effetto atteso sui prezzi, infatti, è di un aumento dello 0,7%. Una stangata che secondo le nostre analisi si trasformerebbe quasi completamente in contrazione di spesa, anche considerando che le due aliquote interessano molti servizi e generi di largo consumo, colpendo anche le fasce più deboli della popolazione.  L’aumento dell’Iva penalizzerebbe i consumatori italiani anche nel confronto europeo: dal punto di vista dell’imposizione sui consumi l’Italia si colloca tra le prime posizioni nel panorama internazionale, seconda solo alla Svezia, paese noto per l’elevata pressione fiscale come il resto dei paesi scandinavi. Sommando la tassazione dei consumi nelle forme vigenti oggi, si ottiene per l’Italia un valore dell’11,7% del Pil, in salita dal 10,3 registrato nel 2008. E che si confronta con l’11 per cento della Francia, fino al ben più modesto 9,5 per cento osservato in Spagna.

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