Consumeeting, al via la prima giornata

Razionalizzare la spesa. E’ questa la parola d’ordine per i prossimi 12 mesi. E’quanto emerge dall’indagine condotta da Ipsos e presentata questa mattina nel corso della prima giornata di Consumeeting organizzato da Consumers’Forum. L’indagine mette a confronto le abitudini di acquisto in 6 paesi Europei (oltre all’Italia, il Regno Unito, la Polonia, la Francia, la Germania e la Spagna). Lo sfondo cui si inserisce l’indagine è quella di una profonda crisi economica che ha modificato sensibilmente le scelte di consumo.

La crisi economica, infatti, continua ad essere fonte di costanti preoccupazioni per i cittadini europei.  La percezione diffusa è che si tratti di una crisi grave, tutt’altro che passeggera, capace di rendere instabili ed incerti i confini del proprio futuro. La crisi erode infatti la capacità di risparmio delle famiglie che intaccano le riserve e non riescono  sostenere il peso di spese impreviste, costringendole a ricorrere ad una “rete sociale” familiare, in cui i genitori sono i principali protagonisti. L’impatto della crisi è pesante e colpisce trasversalmente molti paesi europei, in particolare quelli dell’area mediterranea (Spagna ed Italia) o dell’est Europa (Polonia).

Qual è a conseguenza diretta? Il 51% degli intervistati ipotizza una diminuzione della propria disponibilità economica nel corso dei prossimi 12 mesi; il 66% ha cercato di ridurre le spese, tuttavia la spesa complessiva è rimasta sostanzialmente stabile; i tentativi di razionalizzazione tengono in considerazione i beni voluttuari ma anche quelli di prima necessità. Come razionalizzano i consumatori? Nel nostro Paese, ad esempio, il 78% ha ripreso l’abitudine di compilare ‘una lista della spesa’ prima di recarsi al super. Ma non solo. I consumatori hanno optato anche per un cambio di prodotti, magari di qualità inferiore.

Dall’indagine emerge che la razionalizzazione dei meccanismi di scelta operata dal consumatore in tempo di crisi enfatizza la necessità di concretezza, il bisogno di pragmatismo. I consumatori si rivolgono ai brand oggi chiedendo una relazione d’affari empatica in cui domanda e offerta si incontrino su un piano di trasparenza e chiarezza.  Naturalmente la base per la costruzione di questo rapporto è la fiducia, che tendenzialmente è prerogativa di brand noti e famosi. Ma, al di là di questa componente, il consumatore vuole “vederci chiaro”, vuole conoscere l’azienda nelle sue pieghe più profonde, vuole sapere a quali valori risponde e come agisce nei confronti della comunità. In questa ri-definizione delle prerogative la qualità non è un optional; anzi resta un fattore determinante nella scelta quando include innovazione, estetica, personalizzazione.

Tuttavia, anche se l’etica è un valore per i consumatori e passa in primo luogo dal rispetto dei lavoratori, elemento dal quale un’azienda non dovrebbe prescindere per essere considerata tale: sono infatti di questo parere poco meno della metà dei rispondenti (47%), specialmente tra gli intervistati inglesi (60%). La valutazione dei consumatori su quante siano effettivamente le aziende che possono dirsi “etiche” è piuttosto modesta. Nel parere degli intervistati, infatti, solo una minoranza delle aziende sembra effettivamente avere a cuore gli interessi dei propri clienti (34%), e ancora meno dell’ambiente (17%), della comunità (18%) o dei propri dipendenti (16%).

Effettivamente il concetto di Responsabilità Sociale delle imprese, per quanto argomento molto “in auge”, sembra essere prerogativa solo di una ristretta minoranza (11%), con trend in calo rispetto al 2011. Complessivamente, per due intervistati su tre, l’argomento è oscuro, anche dopo la lettura della descrizione (62%);  poco meno di un terzo ne ha una visione piuttosto nebulosa (27%). Tra chi dichiara di conoscerlo piuttosto bene, pari all’ 11% del totale campione, spiccano gli intervistati anglosassoni, incrementando lievemente il dato di due anni fa (22%, + 2 punti percentuali dal 2011). Gli Spagnoli sono viceversa quelli per i quali il concetto della CSCR è meno familiare, analogamente al passato (8%, – 2 punti percentuali dal 2011).

L’indagine indaga anche il rapporto dei consumatori con le associazioni che li rappresentano ed emerge un significativo incremento della fiducia negli ultimi 2 anni, raccogliendo percentuali di consenso pari al 54% del totale campione a livello Europa, specie in Francia 70%. In Polonia i dati mostrano una inversione di tendenza (il 58% dei consumatori infatti assegna valutazioni più critiche).  Probabilmente tali  differenze territoriali sono determinate anche dal livello di dinamismo dei vari paesi in relazioni al “peso” che le associazioni assumono. Il mercato francese infatti è notoriamente quello più “maturo” riguardo le pratiche consumeristiche.

Al consumerismo è dedicata la ricerca che il Censis ha condotto per Consumers’Forum e che è stata presentata sempre questa mattina. Il Censis  ha fotografato il fenomeno attraverso le considerazioni di un set di testimonial d’eccezione. E’ emerso un ‘mondo’ piuttosto frammentato e una certa conflittualità intrasettoriale che oggi sono considerati ostacolo allo sviluppo ulteriore del consumerismo organizzato. Tre le possibili vie d’uscita:

–    la necessità di misurarsi con la concreta rappresentanza degli interessi, che vuol dire riuscire a dargli voce, a offrirgli mediazioni rispetto alle istituzioni e agli interessi diversi, e vuol dire saper elaborare e promuovere soluzioni praticabili anche rispetto a bisogni e interessi sino ad un certo punto sommersi (come ad esempio è accaduto per l’usura o il sovraindebitamento);

–    un’elaborazione culturale che renda il consumerismo non più una variabile asimmetrica nella cultura collettiva degli italiani ma una cultura e una pratica di massa, una componente che conta molto di più nella vita quotidiana degli italiani;

–    una capacità di ridefinire le pratiche rispetto alle lunghe derive del rapporto con il consumo marcato dall’esaurirsi della compulsione al consumo con il passaggio dalla dismisura alla misura e l’affermarsi oltre piccole nicchie sociali di un consumo di qualità, che riflette valori, aspettative, istanze etiche e sociali.

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