Industrie Beni di Consumo: “Crescita ferma e consumi stagnanti”

La crescita è ferma. I consumi ristagnano. Dall’inizio dell’anno si percepisce un nuovo peggioramento generale e nel dubbio le famiglie possono diventare più prudenti e aumentare il risparmio. La spada di Damocle dell’aumento Iva si fa sentire di più rispetto al passato. E il progetto di chiudere i negozi la domenica e nei giorni festivi va contro i principi del libero mercato.

Sono i punti toccati oggi dall’assemblea annuale di IBC, l’Associazione industrie beni di consumo, che punta i riflettori su un quadro preoccupante per l’intera economia italiana. “La crescita è ferma. L’incertezza frena le scelte delle aziende, delle famiglie e degli investitori. L’economia ha bisogno di una scossa, lo Stato di riforme”. Così, intervenendo all’assemblea IBC, il presidente Aldo Sutter ha posto l’accento su forti criticità che condizionano l’attività delle oltre 32mila aziende alimentari e non food attive in Italia.

“Il nostro comparto vale quasi il 30% del Pil generato dall’industria italiana: 70 miliardi di euro su 250”, rileva Sutter. “Molto di più se consideriamo l’indotto, cioè tutte le aziende che operano a monte dell’industria dei beni di consumo. Siamo un asse strategico dell’economia, attivo sui fronti dell’innovazione, della valorizzazione del capitale umano, del digitale, della creatività… A fronte di questo ruolo chiediamo risposte strutturali che ci consentano di esprimere la nostra competitività: modernizzazione degli assetti pubblici, del fisco, della giustizia, delle reti infrastrutturali, incentivi alla ricerca”. Nel quarto trimestre 2018 sono aumentate di poco la produzioni di beni di consumo e le vendite al dettaglio: rispettivamente più 0,2% e più 0,3%. Ma, dice IBC, da gennaio di quest’anno il quadro è peggiorato. “Le imprese avvertono una riduzione degli ordinativi; le famiglie iniziano a percepire il peggioramento delle prospettive. In queste condizioni è possibile che diventino più prudenti, aumentando il risparmio a scapito della spesa”, afferma Sutter.

Un altro tema che preoccupa è sicuramente il rischio di un aumento dell’Iva: avrebbe, dicono da IBC, effetti depressivi sulla domanda, con ripercussioni sull’attività delle imprese e sull’occupazione, in un quadro già critico per i consumi, e con un impatto prevedibilmente superiore rispetto al passato. Il presidente di IBC spiega perché: “Nonostante le rassicurazioni del Governo siamo molto preoccupati, perché il quadro è diverso rispetto al passato. Negli anni scorsi si utilizzava la clausola di salvaguardia Iva per garantire un obiettivo di saldo che tendeva al pareggio negli anni successivi. La disattivazione della clausola manteneva comunque su un sentiero di riduzione. Ora, invece, gli obiettivi sui saldi sono più alti: 1,8% del Pil nel 2020 e 1,5% nel 2021. Secondo le nostre analisi, se non venisse adottata la clausola, il deficit si porterebbe in prossimità del 3% del Pil, forse oltre; un valore relativamente elevato, che giustificherebbe la reazione delle autorità europee e dei mercati finanziari”. La probabilità che gli aumenti dell’Iva si materializzino almeno in parte, dice l’associazione, appare più elevata rispetto agli anni scorsi.

Altro fronte importante è il progetto di legge sulle chiusure domenicali dei negozi.  “Il provvedimento – dice Sutter – andrebbe contro i principi del libero mercato: ogni azienda deve poter decidere orari e giorni di apertura in funzione delle sue strategie commerciali e dell’equilibrio del suo conto economico. I consumi sono statici ed è paradossale che si pensi a provvedimenti che frenano gli acquisti”.

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