Istat, – 3,7% di vendite in un anno. Consumatori: potere d’acquisto in caduta libera

A dicembre 2011 le vendite al dettaglio sono calate del 3,7% rispetto a dicembre 2010 (-1,7% per i prodotti alimentari e -4,4% per gli altri) e dell’1% rispetto ai 3 mesi precedenti. Su base mensile, cioè su novembre scorso, l’Istat registra un calo di vendite sia per i prodotti alimentari (-1,0%) sia per quelli non alimentari (-1,2%).

Flessioni marcate sia per la grande distribuzione (-3,9%), sia per le imprese operanti su piccole superfici (-3,5%). Nel complesso, il 2011 ha segnato un calo dell’1,3% delle vendite rispetto al 2010.

“Che scoperta – commentano Federconsumatori e Adusbef – Il potere di acquisto delle famiglie è in caduta libera, per di più intaccato dalla manovra economica e dalla forte crescita dei prezzi, anche sulla spinta dell’aumento dei carburanti.” E, dalle stime dell’Osservatorio Nazionale Federconsumatori, i dati  sulla caduta dei consumi risultano ancora fortemente sottostimati: si parla di un calo del 2,1-2,2% con una diminuzione complessiva della spesa di oltre 15 miliardi di euro.

“Una situazione allarmante, soprattutto perché a diminuire sono anche i consumi nel settore alimentare che è sempre l’ultimo ad essere intaccato dalla crisi – dichiarano i presidenti delle Associazioni Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti – Per questo è urgente intervenire immediatamente, prima di tutto avviando maggiori controlli sulle filiere, per contrastare le speculazioni sui prezzi, nonché calmierando la tassazione sui carburanti (che incidono in materia determinante sia sul trasporto che sulla produzione di molti beni) anche attraverso il meccanismo dell’accisa mobile. Infine è essenziale avviare misure di rilancio dell’economia e portare avanti con coraggio e determinazione processi di liberalizzazione veramente efficaci, vincendo le insopportabili pressioni delle lobbies. In assenza di interventi in tal senso, la situazione rischia di peggiorare ulteriormente, alimentando sempre più il decadimento economico-sociale del nostro Paese”.

“Il dato negativo sulle vendite segnala ancora una volta in modo drammatico il calo dei consumi. Ancora più allarmante il quasi tracollo dei piccoli negozi che chiudono il 2011 con un -1,4% che suggella uno sconfortante quinquennio all’insegna del segno meno – scrive Confesercenti in una note – Sono dati che devono fare riflettere a fondo Governo e Parlamento almeno su due questioni: non potrà esserci ripresa senza che i consumi ripartano e quindi serve un intervento fiscale incisivo per alleggerire la pressione fiscale su imprese e famiglie. Servono a poco sul fisco misure-placebo mentre vanno decise scelte coraggiose: si tagli la spesa pubblica e si trovino lì le risorse utili a far respirare i bilanci di famiglie e imprese. In secondo luogo questi dati ammoniscono sul fatto che è del tutto impensabile aumentare il costo del lavoro sulle Pmi se non si vuole raggiungere il risultato di altre chiusure di imprese e di nuova contrazione dell’occupazione. Una considerazione che non può essere ignorata nel confronto in atto sulla riforma del mercato del lavoro”.

“Nel 2011 i consumi degli italiani sono precipitati, come dimostrano anche i dati Istat sul commercio al dettaglio diffusi oggi. In un anno l’indice è crollato dell’1,3 per cento, tra vendite alimentari praticamente ferme e carrelli della spesa semi-vuoti. Non andava così male dal 2009, “annus horribilis” della crisi globale, a testimonianza del fatto che il nostro Paese non è mai uscito dalla fase di stagnazione, anzi sta rientrando pericolosamente in una spirale recessiva!. Lo afferma la Cia-Confederazione italiana agricoltori. “Le famiglie sono sfinite e rispondono alla situazione economica negativa tagliando i consumi, non solo quelli superflui ma anche i beni di prima necessità come gli alimentari. Solo a dicembre -ricorda la Cia- gli acquisti di cibo e bevande sono diminuiti dell’1,7 per cento su base annua e dell’1 per cento rispetto a novembre. Ma in realtà per tutto il 2011 il trend è stato al ribasso: il “caro-benzina”, la flessione del potere d’acquisto, l’aumento dell’aliquota Iva e le difficoltà lavorative hanno costretto una famiglia su tre a risparmiare sulla spesa alimentare, mentre tre su cinque hanno dovuto modificare il menù quotidiano e poco meno del 40 per cento ha ammesso di comprare ormai quasi esclusivamente nei discount o approfittando degli sconti e delle promozioni commerciali della Gdo”.

“È l’ora di liberalizzazioni reali  – commenta Pietro Giordano, Adiconsum – che non tengano conto delle urla interessate delle varie lobby: tassisti, avvocati e farmacisti. Liberalizzazioni che non finiscano col colpire i redditi delle famiglie italiane innescando un circuito perverso che deprimendo i consumi e la produzione di beni e servizi, deprime l’occupazione (metà delle donne italiane e un giovane su tre sono disoccupati) e quindi il reddito degli italiani”.

“Non ci sorprende il calo delle vendite, il costo della spesa alimentare è salito in media del 5%, per un aggravio di spesa pari a 350 euro l’anno per famiglia – dichiara Carlo Pileri, Presidente dell’Adoc – i rialzi sono la conseguenza dei terrificanti aumenti dei carburanti, la benzina in un anno è salita del 17%, il gasolio del 25%. Gli aumenti in questo settore spingono verso l’alto i prezzi dei prodotti trasporti, proprio come gli alimentari. Per ovviare alle obiettive difficoltà i consumatori si stanno organizzando. Sono in aumento del 20% i cittadini che coltivano un orto fai-da-te, per risparmiare su frutta e verdura e difendersi dalle speculazioni, mentre sono cresciuti del 10% gli acquisti di gruppo, soprattutto per quanto riguarda la carne e il pesce, risparmiando fino a 250-300 euro l’anno. Unica conseguenza positiva è il calo del 6% degli sprechi alimentari. I consumatori sono sempre più attenti e moderati nell’acquisto e nel consumo, ormai sprecare è sinonimo di lusso”.

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