Moda sostenibile, Cia-Ispra: abiti dalla foreste e tinte naturali, il tessile si fa green

C’è una collezione moda di abiti che viene dalle foreste: sono prodotti da filati di cipresso e tessuti in sughero, eucalipto e faggio. Ci sono tinte al cento per cento naturali che possono colorare vestiti e accessori e vengono prodotte dagli scarti agricoli: le foglie del carciofo bianco, le “tuniche” delle cipolle ramate, le scorze del melograno. Sono le esperienze di eco-tessuti e tinte da scarti agricoli illustrati oggi a Roma dalle Donne in Campo della Cia-Agricoltori italiani e dall’Ispra che hanno presentato il volume “Filare, tessere, colorare, creare”, che racconta protagonisti e buone pratiche del “green” che aiuta l’ambiente e degli agri-tessuti.

Sono “storie di eccellenza green, come portare in passerella, per la prima volta, una collezione moda di abiti di origine forestale, prodotti da filati di cipresso, pelle di fungo e tessuti in sughero, eucalipto e faggio, conquistando così un posto d’onore al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite di New York. O anche creare il primo allevamento di alpaca in Italia, costruendo una filiera completa dell’agro-tessile, che parte dal gregge, passa per la tosatura e filatura della lana e arriva fino al confezionamento di maglioni, sciarpe e coperte”.

Si parla dunque di produzione sostenibile di fibre e tessuti da fonti naturali e di recupero. Di innovazione ed economia circolare. Ci sono tinture naturali collegate all’uso di fibre vegetali. C’è la riscoperta del lino autoctono: quella fatta, ad esempio, da una archeologia tessitrice dell’Aquilano. Dalla lavorazione tradizionale di questo lino è stato confezionato il kilt donato a Carlo d’Inghilterra dal sindaco di Amatrice nella sua visita dopo il terremoto del Centro Italia. C’è il riciclo dei prodotti, per cui la lana grezza prodotta dagli allevamenti ovini da latte e da carne viene trasformata, con detergenti biologici e tinte naturali, in filati di pregio.

Se servono migliaia di litri d’acqua per produrre una maglietta, nell’ottica dello sviluppo sostenibile il tessile ecologico ha grandi potenzialità. Anche perché oltre la metà degli italiani è disposta a pagare di più per vestiti green. “Come chiede l’ONU nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile -spiegano Donne in Campo di Cia e ISPRA- bisogna costruire nuovi sistemi di produzione a minore impatto ambientale. Oggi una maglietta richiede, in media, 2.700 litri d’acqua per essere prodotta, genera elevate emissioni di CO2 e utilizza soprattutto fibre e coloranti di sintesi. Di fronte a questo, considerato che la produzione mondiale di indumenti è destinata a crescere del 63% entro il 2030, le potenzialità di una filiera del tessile ecologicamente orientata sono enormi, fino a rappresentare il 20% del fatturato del settore in Italia (4,2 miliardi). D’altra parte, già ora il 55% degli italiani è disposto a pagare di più per capi di abbigliamento ecofriendly”.

“Chiediamo – ha detto Pina Terenzi, presidente nazionale di Donne in Campo di Cia-Agricoltori Italiani – di avviare con il Mipaaft e i Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico, in collaborazione con l’ISPRA, un percorso condiviso e partecipato per la costituzione di tavoli di filiera a sostegno della produzione certificata di fibre naturali per la produzione di agri-tessuti”.

“Le testimonianze di oggi, le buone pratiche rappresentate da agricoltori e artigiani – ha aggiunto Lorenzo Ciccarese, responsabile dell’Area per la protezione della biodiversità terrestre e per la gestione sostenibile dei sistemi agro-forestali dell’ISPRA- sono esempi che promuovono la necessità di sviluppare nuovi sistemi di produzione agricola e zootecnica che possano avere un ruolo positivo nello sviluppo di processi di riduzione dell’inquinamento e di degrado ambientale, di riciclo delle risorse e di mitigazione dei cambiamenti climatici. La richiesta dell’ONU, di pensare oltre i modelli prevalenti e di vivere entro limiti sostenibili, è un messaggio che deve risuonare all’interno del business del tessile nel suo complesso, chiamato come gli altri settori a riformare se stesso: metodi di produzione più sostenibili, come l’uso di tinture che sprecano meno acqua, l’uso di rifiuti come materia prima e lo sviluppo di soluzioni innovative al problema dei rifiuti tessili”.

Comments are closed.