E-commerce, Antitrust Ue: molti accordi limitano concorrenza e scelta consumatori

Sui mercati elettronici vi sono pratiche che limitano la concorrenza e allo stesso tempo condizionano le possibilità di scelta dei consumatori. Le imprese devono dunque rivedere le loro pratiche commerciali, in modo che i consumatori possano acquistare più facilmente i prodotti in altri paesi, con prezzi inferiori e possibilità di scelta più ampia. Alcune, fra l’altro, hanno già rivisto le loro pratiche: fra queste, marchi di abbigliamento come Mango e Oysho e il produttore di macchine per caffè De Longhi. La Commissione europea ha pubblicato la relazione finale dell’indagine sul commercio elettronico.

Questa conferma di fatto la relazione preliminare di settembre 2016. La Commissione in questo modo vuole applicare in modo più mirato la normativa antitrust sui mercati elettronici. Dice Margrethe Vestager, Commissaria responsabile per la Concorrenza: “Alcune pratiche messe in atto dalle imprese sui mercati elettronici possono restringere la concorrenza limitando indebitamente le modalità di distribuzione dei prodotti nell’UE, come conferma la nostra relazione. Queste restrizioni potrebbero limitare la scelta dei consumatori e impedire che si pratichino prezzi inferiori in linea. Allo stesso tempo riteniamo che sia necessario equilibrare gli interessi dei rivenditori al dettaglio in linea con quelli dei commercianti tradizionali, a beneficio dei consumatori. I risultati ottenuti ci permettono di calibrare l’applicazione delle norme dell’UE in materia di concorrenza ai mercati elettronici.”

Uno degli obiettivi principali della strategia per il mercato unico digitale della Commissione consiste nel migliorare l’accesso dei consumatori e delle imprese ai beni e ai servizi. L’indagine settoriale sul commercio elettronico completa dunque le proposte legislative della Commissione e permette di individuare eventuali problemi di concorrenza sui mercati elettronici europei.

Alcune aziende si sono già mosse. Come spiega la Commissione europea, l’indagine “ha inoltre esortato le imprese a rivedere di loro iniziativa le proprie pratiche commerciali, il che può aiutare i consumatori ad acquistare più facilmente prodotti in altri paesi per beneficiare di prezzi inferiori e di una più ampia scelta di rivenditori. La Commissione è a conoscenza e si rallegra del fatto che alcuni marchi dell’industria dell’abbigliamento, fra cui Mango (appartenente a Punto Fa), Oysho e Pull & Bear (entrambi appartenenti a Inditex) nonché Dorothy Perkins e Topman (entrambi appartenenti ad Arcadia), come altri settori del dettaglio (il produttore di macchine per caffè De Longhi e il fabbricante di attrezzature fotografiche Manfrotto) abbiano rivisto le loro pratiche”.

Per quanto riguarda i beni di consumo, la relazione conferma che “la crescita del commercio elettronico nell’ultimo decennio e, in particolare, la trasparenza dei prezzi in linea nonché la concorrenza di prezzo hanno inciso significativamente sulle strategie di distribuzione delle imprese e sul comportamento dei consumatori”. Negli ultimi dieci anni, molti fabbricanti hanno deciso di vendere i propri prodotti direttamente ai consumatori attraverso i negozi al dettaglio online, entrando in concorrenza con i propri distributori. Si è affermato un maggiore uso dei sistemi di distribuzione selettiva, in cui i prodotti possono essere venduti solamente a rivenditori autorizzati selezionati in precedenza, il che consente ai produttori di controllare meglio le loro reti di distribuzione, in particolare in termini di qualità della distribuzione ma anche di prezzo. Si è affermato anche un maggiore uso delle restrizioni contrattuali per controllare meglio la distribuzione del prodotto. Queste restrizioni possono assumere varie forme, come restrizioni di prezzo, il divieto di vendere su marketplace (piattaforma), restrizioni all’uso di strumenti di Modificaconfronto dei prezzi e l’esclusione degli operatori presenti esclusivamente su reti di distribuzione in linea. Commenta la Commissione: “Alcune di queste pratiche possono essere giustificate, per esempio per migliorare la qualità della distribuzione del prodotto. Altre possono invece indebitamente impedire ai consumatori di beneficiare di una maggiore scelta di prodotti e di prezzi inferiori nel commercio elettronico e la Commissione prenderà quindi provvedimenti per garantire il rispetto della normativa dell’UE sulla concorrenza”.

I contenuti digitali vedono molte aziende applicare il geoblocco. “Uno dei risultati principali dell’indagine settoriale è che quasi il 60% dei fornitori di contenuto digitale che hanno partecipato all’indagine ha convenuto contrattualmente con i titolari dei diritti di applicare il geoblocco – dice la Commissione europea – I fornitori di contenuti possono avvalersi il geoblocco per motivi obiettivamente giustificati, quali le questioni legate all’IVA o alcune disposizioni giuridiche di interesse pubblico. La Commissione ha già proposto di legiferare per garantire che i consumatori che intendono acquistare prodotti e servizi in un altro paese dell’UE, sia in linea o per vie tradizionali, non siano discriminati in termini di accesso alle condizioni di prezzo, di vendita o di pagamento”. Le proposte della Commissione, quella sul geoblocco e quella per modernizzare la normativa sul diritto d’autore, sono in corso di negoziazione con il Parlamento europeo e il Consiglio. Aggiunge Bruxelles: “Qualsiasi provvedimento in materia di rispetto della concorrenza connesso al geoblocco dovrebbe essere basato su una specifica valutazione del caso che comprenda anche un’analisi delle possibili giustificazioni delle restrizioni individuate”.

 

Notizia pubblicata il 10/05/2017 ore 16.48

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