Home Restaurant, presto le stesse regole di ristoranti e pizzerie?

Basta digitare sui motori di ricerca “home restaurant” per capire quanto il fenomeno abbia preso piede in Italia. Tantissimi i risultati di siti che suggeriscono e si propongono di accompagnare chi si voglia accingere ad aprire questa attività o che si rivolgono a chi li vorrebbe sperimentare. In grandi città come Roma sono nati addirittura portali che gestiscono il contatto tra consumatori e i proprietari di case private che aprono le loro cucine ai clienti.

Secondo il recente studio CST per Fiepet Confesercenti, l’universo degli home restaurant,
solo nel 2014, ha fatturato 7,2 milioni di euro in Italia, con ben 7 mila cuochi social attivi in Italia nel 2014 ed una tendenza prevista di ulteriore crescita per il 2015. Si stima che nel 2014 sono stati organizzati ben 37 mila eventi social eating andati a buon fine, con una partecipazione di circa 300 mila persone ed un incasso medio stimato, per singola serata, pari a 194 euro.

E proprio il dilagare del fenomeno ha portato a percorrere l’ipotesi di regolamentare il cd social eating. Dal punto di vista fiscale si può pensare a una attività saltuaria d’impresa. La realtà è che il vuoto normativo esiste. Il Ministero dello Sviluppo Economico in un parere dello scorso aprile equipara gli home restaurant ad attività di somministrazione di alimenti e bevande “in quanto anche se i prodotti vengono preparati e serviti in locali privati coincidenti con il domicilio del cuoco, essi rappresentano comunque locali attrezzati aperti alla clientela”. E nonostante l’informalità e la convivialità per godere dei manicaretti degli homer bisogna pagare un corrispettivo in denaro. E poi ci sono tutte le questioni legate all’igiene e alla sicurezza alimentare che riguardano tutti coloro che somministrano alimenti e bevande ai consumatori.

Nei giorni scorsi associazioni dei consumatori e rappresentanti di categoria sono stati invitati dalla Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati in audizione informale in relazione alla risoluzione del deputato Angelo Senaldi, con la quale si impegna il Governo a promuovere un’iniziativa normativa per regolare puntualmente una nuova tipologia di attività che rischia altrimenti di configurarsi anomala sul piano della concorrenza, della fiscalità e della tutela della salute pubblica.

Dal punto di vista della tutela della salute del cittadino le associazioni dei consumatori sono ferme su un punto: i cittadini devono avere le stesse garanzie come se mangiassero in qualsiasi altro ristorante. Agostino Macrì, esperto di sicurezza alimentare dell’Unione Nazionale Consumatori, ha ricordato come “le tossinfezioni alimentari sono molto diffuse nell’Unione Europea: ogni anno ne vengono denunciate oltre 300.000 e la maggior parte di esse dipende da errori nella “gestione” del cibo sia a livello domestico, sia nella ristorazione collettiva”.

Per questo “indipendentemente dagli aspetti autorizzativi di competenza delle Autorità Amministrative, si ritiene utile segnalare l’opportunità che chi esercita attività di ristorazione a livello domestico sia obbligato a rispettare procedure HACCP, abbia una adeguata formazione alla manipolazione degli alimenti e che sia informato della necessità di rispettare quanto previsto per la etichettatura degli alimenti”, ha precisato Macrì.

Dello stesso parere Matteo Pennacchia di Codici che aggiunge la necessità di valutare il fenomeno nell’ottica “filiera alimentare”, “garantendo la possibilità dello sviluppo su scala territoriale dell’agricoltura famigliare e sociale, sviluppando ulteriore promozione economica e culturale dei territori. Nelle città italiane si stanno creando veri e propri eventi nelle abitazioni provate di social eating, che vedono protagonisti i stessi produttori nello spiegare l’alimento che si sta consumando”.

Presenti in audizione anche i rappresentati dei pubblici esercizi che chiedono regole chiare e “azioni a contrasto di attività che mettono a rischio la sicurezza dei consumatori e operano senza sottostare ad alcuna regola fiscale e contributiva”. “Questa attività, così come esercitata oggi – ha affermato il Direttore Generale della Fipe, Marcello Fiore – è posta in essere al di fuori di ogni regola e quindi deve essere contrastata con decisione dalle autorità competenti. Alla luce di queste considerazioni, come Fipe sollecitiamo il Governo ad adottare misure che impediscano questo attentato alla salute pubblica e mettano freno ad una evasione fiscale e contributiva pressoché totale”.

E per regole chiare si intende l’applicazione di requisiti indispensabili, proprio come le attività di ristorazione e quindi: autorizzazione/SCIA alla somministrazione; comunicazione alla Questura in caso di circoli privati; requisiti di sorvegliabilità; comunicazione ASL; piano HACCP e formazione igienico-sanitaria degli operatori; tracciabilità e rintracciabilità degli alimenti; divieto di fumo; requisiti fiscali e del lavoro, urbanistici e tecnici.

A cura di Silvia Biasotto

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