Vendite al dettaglio, Istat: frena la caduta degli alimentari

Vendite al dettaglio stabili nel confronto mensile, con un aumento dell’1,5% delle vendite di prodotti alimentari nell’arco di un anno ma con una flessione del 2,1% nel periodo gennaio-novembre 2013 rispetto ai primi undici mesi del 2012. I dati dell’Istat resi noti oggi fotografano una situazione che continua a preoccupare i Consumatori, per le difficoltà delle famiglie, e gli esercenti: c’è un boom di vendite nei discount, i consumi sono sempre più “low cost”.

A novembre 2013, rileva l’Istat, l’indice destagionalizzato delle vendite al dettaglio (valore corrente che incorpora la dinamica sia delle quantità sia dei prezzi) ha segnato una variazione congiunturale nulla. Nella media del trimestre settembre-novembre 2013 l’indice registra una flessione dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti. Nel confronto con ottobre 2013, le vendite di prodotti alimentari aumentano dello 0,2 per cento, quelle di prodotti non alimentari diminuiscono dello 0,1%. Nel confronto con novembre 2012, le vendite sono in lieve ripresa dello 0,1%, sintesi di un aumento dell’1,5% registrato per le vendite di prodotti alimentari e di una flessione dello 0,6% che ha riguardato le vendite di prodotti non alimentari. Nel confronto con i primi undici mesi del 2012, infine, nel periodo gennaio-novembre 2013 le vendite segnano una diminuzione del 2,1%, sintesi di una flessione dell’1,0% delle vendite di prodotti alimentari e di una flessione del 2,7% delle vendite di prodotti non alimentari. Aumentano le vendite nella grande distribuzione (più 2,6%) mentre continua la flessione per i piccoli negozi (meno 2%) e, fra gli esercizi a prevalente vendita alimentare, si segnala un più 4,5% per i discount.

Come interpretare questi numeri? Secondo Federconsumatori e Adusbef, sono dati che confermano le preoccupazioni espresse a più riprese  e relative alla caduta del potere d’acquisto delle famiglie. Sono inoltre, affermano le due associazioni, dati sottostimati: per l’Osservatorio Nazionale Federconsumatori infatti, dopo la caduta dei consumi del 4,7% nel 2012 e quella del 3,4% nel 2013, si prevede per quest’anno un’ulteriore frenata dell’1,1%. Nell’ultimo triennio, così, la contrazione dei consumi delle famiglie toccherà quota -9,2%. “Non ci sono più scuse per rimandare un intervento mirato al rilancio immediato del potere di acquisto delle famiglie e dell’occupazione, in particolar modo quella giovanile”, dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, che chiedono di vincolare a tale scopo tutti i ricavi derivanti da tagli a sprechi, inefficienze e privilegi, nonché quelli scaturiti da una seria e attenta lotta alla evasione fiscale, soprattutto alla luce dei dati diffusi ieri dalla Guardia di Finanza.

Il leggero rialzo dell’alimentare (più 0,2% su base mensile e più 1,5% su base annuale) non deve trarre in inganno, afferma il Codacons: “Considerato, infatti, che i dati Istat incorporano sia la dinamica delle quantità che dei prezzi e che nel mese di novembre l’inflazione dei prodotti alimentari era pari allo 0,3% su base mensile e dell’1,3% su base annua, il settore alimentare è tutt’altro che in rialzo. Le vendite restano, cioè, sostanzialmente stabili. L’exploit dei discount alimentari, + 4,5% su base annua, dimostra, comunque, che gli italiani, per poter mangiare le stesse quantità di cibo, sono costretti non solo ad abbandonare i negozi tradizionali (-2,2% su base annua), ma anche i brand leader della produzione alimentare italiana, per passare a prodotti meno noti ma più economici”.

La crisi infatti fa volare i discount, ribadisce la Cia-Confederazione italiana agricoltori, per la quale sono ormai 6,5 milioni le famiglie che oggi fanno la spesa praticamente solo nelle cattedrali del “low-cost”. “Da molto tempo ormai la “spending review” degli italiani si applica anche sulla tavola, come attesta il trend delle vendite dei prodotti alimentari che nel complesso dei primi undici mesi del 2013 segnano una flessione dell’1%. Per questo il segno più registrato a novembre dagli alimentari (+1,5%) non basta a invertire l’andamento negativo dei consumi nell’anno – afferma la Cia –  D’altra parte, pur di risparmiare, le famiglie scelgono sempre più spesso prodotti e format distributivi “low-cost” e questo spiega la crescita costante dei discount, sia dal punto di vista delle vendite sia da quello delle nuove aperture”. Le famiglie inoltre continuano a tagliare non solo sulla qualità ma anche sulla quantità, con un calo dei consumi particolarmente accentuato per l’olio extravergine d’oliva (-8,8%) e per i vini (-6,7%), ma anche per il pesce fresco (-5%) e la carne rossa (-4%).

Risultato? L’Italia è l’unico paese dei “Big Five” che non riparte, sottolinea Confesercenti, che denuncia le difficoltà dell’intero comparto: “Da gennaio a dicembre 2013 hanno cessato l’attività 83.735 imprese nei settori del commercio, dell’alloggio e della somministrazione, per un saldo finale negativo di 22.616 aziende perdute per sempre – afferma la sigla – Un’emorragia conseguente al prolungarsi della crisi del mercato interno e confermata dai dati Istat sulle vendite, che registrano un calo del 2,1% sull’anno: siamo l’unico Paese tra i cosiddetti ‘Big Five’ europei (Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna) a non ripartire. Tra le imprese, cresce solo il commercio fuori dai negozi: gli ambulanti mettono a segno un saldo positivo di 3.334 unità, mentre la base imprenditoriale di imprese attive nel commercio via internet aumenta di 530 aziende”.

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