Alimentazione e responsabilità sociale, a che punto siamo?

Il consumatore oggi è sempre più consapevole e fa attenzione soprattutto all’alimentazione. Alimentazione che non vuol dire più soltanto sicurezza e informazione, ma che include un concetto si sostenibilità complessivo che parte dalla materia prima e finisce sulle nostre tavole.

Sono sempre più numerosi i consumatori che si chiedono: da dove arriva questo alimento? Nel processo di produzione l’azienda ha rispettato l’ambiente? E i diritti dei lavoratori? Tutto questo si inserisce in un panorama di responsabilità sociale della filiera alimentare; l’argomento è stato oggetto di un convegno organizzato da Adiconsum, tenutosi oggi a Roma, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di rappresentanti di associazioni dei consumatori europee.

L’Europa è il punto di partenza di un discorso sull’alimentazione. “Negli ultimi 10 anni abbiamo assistito, soprattutto in Europa, ad un aumento dell’attenzione all’alimentazione – ha precisato Silvio Borrello, Direttore generale della sicurezza degli alimenti e della nutrizione del Ministero della salute – Si è partiti dal 2000, dopo il caso eclatante della BSE, meglio noto come morbo della mucca pazza: le leggi comunitarie hanno cominciato ad aumentare la consapevolezza verso la sicurezza degli alimenti e verso il miglioramento del processo industriale. Successivamente si è compiuto un salto in avanti verso l’attenzione all’informazione nutrizionale e alla tracciabilità, fino ad arrivare ad oggi e al concetto si sostenibilità degli alimenti”.

Borrello ha spiegato che “purtroppo informazione e tracciabilità non sempre coincidono perché non si possono dare tutte le informazioni su tutti gli ingredienti dei prodotti”. Alcuni alimenti, soprattutto quelli confezionati, contengono tanti ingredienti ed è difficile elencarli tutti in etichetta. Quello che si può fare è tutelare alcune fasce della popolazione, quelle più deboli, inserendo maggiori garanzie. Ed è quello che sta facendo il Ministero della salute: “Abbiamo proposto un codice di autoregolamentazione delle pubblicità sui prodotti per i bambini; abbiamo raggiunto un accordo con le associazioni di categoria per la riduzione del sale nel pane, che è passato dal 10 al 15%. Abbiamo contrastato – ha ricordato Borrello – la teoria europea dei semafori perché crediamo che non ci siano alimenti pericolosi: se li classificassimo soltanto in base alla quantità di grassi che contengono dovremmo bandire dalle nostre tavole l’olio d’oliva, ad esempio. Per non parlare del parmigiano Reggiano”.

L’Italia, dunque, è uno dei Paesi più attenti alla sicurezza alimentare dei consumatori: è il primo paese in Europa che attiva il sistema di allerta rapido sul controllo degli alimenti ed è 2° paese in Europa per numero di controlli sui pesticidi (l’Italia compie il 10% di tutti i controlli in Europa su frutta e verdura). A livello legislativo l’Europa sembra avanzata: proprio ieri è entrato in vigore il nuovo regolamento comunitario sulle etichette. Quello che si può ancora fare riguarda piuttosto un piano culturale.

“Mangiando influenziamo anche il modello dell’agricoltura – ha affermato Stefano Masini, responsabile consumi e ambiente di Coldiretti – L’alimentazione ormai evoca mondi più grandi, ma legare davvero al cibo il tema della conoscenza è molto difficile”. Masini ha citato il teorico francese della decrescita, Serge Latouche, che descrive il consumatore alimentare come “un credulone, che si esalta nel consumare cibi fuori stagione”, senza pensare al fatto che la produzione di questi cibi nasconde una serie di storture, non ultimo l’inquinamento ambientale. La libertà del consumatore oggi è ancora limitata a quello che trova sugli scaffali dei supermercati, ma così si rischia di “mangiare alimenti senza natura, slegati dalla terra”. Non vorremo trovarci di fronte un supermercato che assomiglia ad una farmacia e che invece di offrirci un bel pomodoro ci offre un po’ di Omega 3?

di Antonella Giordano

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