Ortofrutta, Nomisma: molte potenzialitá ancora da cogliere

Il settore ortofrutticolo rischia di restare un insieme di opportunitá sprecate. Ad essere coinvolte sono 491.000 aziende che mettono a frutto una superficie di oltre 1 milione di ettari di terreno e il valore della produzione che si riesce ad ottenere é di 12,8 miliardi di euro. Sono cifre che fanno pensare che il nostro Paese abbia ottime potenzialitá ma i punti di debolezza da superare sono ancora molti e il rischio di essere superati da competitor stranieri é giá diventata una realtá.

ortofrutta-acquistiLo studio presentato ieri pomeriggio da Nomisma, in collaborazione con Unaproa (l’Unione Nazionale di produttori ortofrutticoli) sulla competitivitá del settore ortofrutticolo mette in evidenza quali sono i punti piú urgenti su cui intervenire per non perdere ulteriori posizioni di mercato. “Primo punto é, innanzitutto, far ripartire i consumi interni”, dice Denis Pantini di Nomisma. Negli ultimi anni infatti il nostro Paese ha notevolmente compresso i consumi di ortofrutta pro capite, anche a causa della crisi: una flessione del 15% tra il 2007 e il 2013.

“Riguardo a questo aspetto non bisogna sottovalutare anche l’impatto negativo che la riduzione dei consumi di questa categoria alimentare ha sulla salute dei cittadini, dal momento che l’Oms ha stimato che circa il 2,4% delle malattie in Europa é attribuibile proprio a questa causa” specifica Ambrogio De Ponti, Presidente Uniproa. Nello specifico il consumo pro capite nel 2014 si é fermato a 130,6 Kg, non piú di 360 grammi al giorno. Dal punto di vista economico, i problemi piú rilevanti si avvertono sul piano della propensione all’export dimostrata dal nostro Paese, specie se valutata nel confronto su base europea e mondiale. A fronte di un valore della produzione pari al 24,4% del totale della produzione agricola nazionale, le esportazioni di frutta e verdura nel 2014 sono ammontate a 7,4 miliardi di euro. A livello mondiale, tale valore rappresenta una quota pari al 3,8% nel periodo 2013-2014, appena 1/3 della quota raggiunta dalla Spagna (10,3%).

“I motivi che hanno indotto ad una tale situazione sono diversi”, precisa Di Ponte, “ le nostre aziende ortofrutticole sono quasi tutte di piccole dimensioni e del tutto prive di organizzazione della produzione”. Il tasso di organizzazione infatti, sebbene in linea con i paesi dell’area mediterranea (Francia 45%, Spagna 52%, Italia 45%), é decisamente lontano dai livelli raggiunti da Paesi Bassi (95%) e Belgio (86%). “Fare un prodotto di qualitá al giorno d’oggi é solo il 50% del lavoro. Se vi é insufficienza dal punto di vista organizzativo non si puó essere competitive sui mercati internazionali”, sottolinea Paolo De Castro, coordinator della Commissione agricoltura e sviluppo rurale presso il Parlamento Europeo.

Altri aspetti che differenziano l’Italia dal resto dell’Europa riguardano il costo del lavoro (13,7 euro l’ora, contro 9,4 euro della Spagna), il costo dei trasporti (1,6 euro per Km, contro 1,22 della Spagna) e, non ultimo, il costo dell’energia (0,18 euro/KWH, inferiore solo a Cipro e Danimarca). “Il fatto che i problemi da affrontare siano complessi non puó essere un alibi a non agire. Iniziamo a chiederci cosa fare subito, perché anche una piccola azione puó apportare miglioramenti significativi”, conclude De Ponti.

di Elena Leoparco

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