Plasmon e Barilla, pubblicità fuorviante

La querelle tra la Plasmon e la Barilla si è spostata dalle pagine dei quotidiani alle aule di Tribunale. Secondo quanto riporta Altroconsumo, infatti, a valutare il comportamento delle due aziende sono stati chiamati da un lato il Giurì dell’Istituto di autodisciplina pubblicitaria e dall’altro il Tribunale di Milano. Cosa ne esce fuori? “I pareri sono parzialmente discordanti” fa notare l’Associazione che spiega: “Se il Tribunale di Milano ha ritenuto inammissibile la pubblicità comparativa proposta da Plasmon, in quanto comparava tra loro due alimenti non omogenei, il Giurì, prima di Natale, si era espresso diversamente, valutando un certo grado di sostituibilità dei prodotti dei due marchi nelle abitudini di consumo delle famiglie italiane”.

In particolare, il Giurì aveva giudicato la pubblicità proposta da Plasmon come fuorviante e denigratoria, a causa dell’utilizzo di un linguaggio scientifico, difficilmente comprensibile da parte del consumatore, che portava il lettore a ritenere i prodotti Barilla come potenzialmente nocivi per i bambini. È stato ritenuto fuorviante anche il claim riportato sulle confezioni dei Piccolini Barilla “A mangiar bene si comincia da Piccolini”, in quanto suggerisce al consumatore che si tratta di un alimento indicato sin dal termine dell’allattamento, situazione di fatto non vera dato che non si tratta di alimenti destinati alla prima infanzia.

“Come consumatori notiamo che, ancora una volta, le aziende che producono alimenti destinati ai bambini cerchino di far leva sui sentimenti dei genitori (e, in particolare, su quelli delle mamme) per promuovere i propri prodotti” si legge sul sito di Altroconsumo. “Una corretta informazione vorrebbe, invece, che i genitori venissero informati delle reali caratteristiche dei prodotti proposti ai più piccoli, in modo da poter scegliere in maniera consapevole”.

Cosa era accaduto? Barilla e Plasmon erano finite ai ferri corti a causa di una pubblicità comparativa della Plasmon che aveva messo a confronto la sua pasta dell’infanzia da quella prodotta da Barilla, “I Piccolini” per intenderci. Secondo l’azienda di Parma, Plasmon aveva comparato prodotti destinati a consumatori differenti, soggetti quindi a normative diverse e specifiche, “con l’intento chiaro di fare leva sulla emotività delle mamme con la conseguenza di creare in loro un senso di panico non giustificato e corretto”. E specifica: “Nessuno dei prodotti Barilla è rivolto specificatamente ai bambini da 0 a 3 anni; per questo motivo è assolutamente scorretto e ingannevole confrontare pasta per bambini per l’infanzia con pasta che è destinata a uso corrente per tutta la famiglia”.

Le ragioni di Barilla sono giuste, però è anche vero che il packaging utilizzato da Barilla per i suoi “Piccolini” può indurre davvero in errore le mamme facendole credere di trovarsi dinanzi ad un prodotto destinato all’infanzia. Dov’è il problema? Esso ha a che fare essenzialmente con la normativa di riferimento: i prodotti destinati all’infanzia sono sottoposti alla Direttiva 2006/125/CE, che ne definisce precisamente caratteristiche e limiti mentre quelli per adulti rispondono ad altre norme. La legge, ad esempio, tollera la presenza di ridotte quantità di micotossine, metalli pesanti e pesticidi ma distingue tra adulti e ‘children’ (bambini compresi tra 0 e 3 anni), imponendo per questi ultimi limiti molto più ristrettivi vicini allo zero analitico. D’altronde proprio di recente la Federazione italiana medici pediatri, riunita a Torino per il congresso nazionale, ha lanciato un allarme sugli alimenti che “si spacciano” per bambini, ma in realtà non lo sono annunciando di avere costituito un sistema di monitoraggio, disponendo una serie di analisi su tanti prodotti per adulto “spacciati” da baby food, dalla pasta, ai biscotti, alle merende fino ai succhi di frutta.

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