Iniziativa Ue PRO-NUTRISCORE. Ma in Italia molti sono contrari

Oggi verrà registrata l’iniziativa europea PRO NUTRISCORE a favore dell’obbligo di un’etichettatura semplificata ‘NUTRISCORE’ attualmente impiegata in Francia e Belgio. Ci sarà tempo un anno per raccogliere le firme da parti degli organizzatori. Cinque lettere, cinque colori per indicare se un cibo è più o meno salutare. Help Consumatori ha sentito le opinioni di nutrizionisti, consumatori e industria. Tanti i dubbi e le contrarietà.
Gli obiettivi dell’iniziativa sono: rendere l’etichettatura nutrizionale più facile da leggere e da capire; intervenire su questioni di sanità pubblica incoraggiando i professionisti a migliorare la composizione dei loro prodotti; armonizzare le informazioni nutrizionali a livello europeo imponendo un unico sistema ufficiale di etichettatura. L’iniziativa è stata presentata da un comitato di cittadini rappresentato da Que choisir.

Ma come funziona il Nutriscore francese? I valori nutrizionali vengono classificati in scala a lettere (dalla A alla E ) e a colori (verde scuro, verde chiaro, arancio, giallo e rosso ). La valutazione viene assegnata in base alla quantità dei nutrienti per 100 g secondo una loro valutazione positiva e negativa.

Andrea Ghiselli, dirigente di ricerca e nutrizione dell’ente CREA – Alimenti e Nutrizione non usa mezze parole: “dal punto di vista nutrizionale siamo di fronte a una sconfitta per il consumatore perché si tratta di una direttiva e non di informazione. Scompare così l’educazione alimentare dove di fronte a un alimento non ci si dovrebbe porre con un “sì” o un “no”, piuttosto con un “sì ma””.

Potrebbe però rappresentare un male minore, il consumatore come potrebbe comportarsi di fronte a due prodotti etichettati con Nutriscore e con due voti opposti? “Non siamo ragionevolmente sicuri di come si comporterà il consumatore – risponde Ghiselli – Il cittadino tra due prodotti valutati con Nutriscore, sceglierà quello con il voto migliore e potrebbe mantenere la stessa modalità di consumo con migliore apporto di sostanze come il sale e i grassi. Ma l’introduzione di cibi light ci conferma il contrario. Accade che un consumatore dopo aver acquistato un cibo light si sente legittimato a consumare una quantità maggiore di prodotto. L’obesità sta aumentando e l’introduzione di questi cibi non sembra aver sortito il loro effetto”.

Anche il fronte delle evidenze scientifiche non convince il dirigente del CREA: “Gli studi effettuati sul Nutriscore sono stati fatti sulla comprensione del sistema, sui confronti di diverse tipologie di etichettatura e sull’influenza sulle scelte di consumo. Entrambe hanno dato risultati positivi. Mancano dati sullo spostamento dei consumi. Insomma nessuno può dirci che il consumatore consumi il triplo di alimenti etichettati con una “A verde”con il rischio di superare le dosi raccomandate a causa della eccessiva quantità”.

Inoltre, gli alimenti si consumano a chili, altri a etti e altri a grammi. Quest’ultimo caso riguarda per esempio dell’olio extra vergine di oliva, che per le sue quantità di consumo non si meriterebbe un voto negativo. Un limite di questa etichettatura è che si riferisce solo ai 100 g. Altre modalità proposte di etichettatura, ad esempio quella a batteria, fanno riferimento anche alla porzione rendendo più informativa la valutazione.

E gli esempi di “fraintendimenti” non mancano. “L’olio extra vergine di oliva potrebbe ricevere un bollino rosso per la quantità di grassi. Il consumatore di fronte lo scaffale potrebbe quindi scegliere un topping allo yogurt formulato in laboratorio con acqua e un grasso impiegato a una quantità leggermente minore rispetto si limiti di Nutriscore ottenendo una A verde in etichetta. A questo punto si potrebbe pensare che il consumatore, acquistandolo, potrebbe esagerare nelle quantità impiegate per condire la sua insalata, conclude Ghiselli.

Un’altra dimostrazione sulla inefficacia del Nutriscore ci arriva dal professore Agostino Macrì dell’Unione Nazionale Consumatori: “Le bevande alla soia, al riso o anche gli alimenti costituiti da tofu o seitan, sono surrogati del “latte”, dei “formaggi” o della “carne” e, avendo minore valore calorico, potrebbero essere etichettati con colori più favorevoli rispetto ai corrispondenti alimenti di origine animale, ma, in realtà, il loro valore nutrizionale è inferiore”.

“Purtroppo – aggiunge Macrì – non si tiene conto di tutti i nutrienti e non ci sono riferimenti alle porzioni giornaliere assunte. Ci potrebbero essere degli errori tra i consumatori che potrebbero essere indotti a consumare cibi con meno calorie, ma carenti di importanti nutrienti e in definitiva non seguire una alimentazione equilibrata”.

E’ la dicotomia tra cibi salubri e non salubri a preoccupare Federalimentare. “Una differenziazione non supportata da basi scientifiche e che non può trovarci d’accordo perché siamo convinti che non esistano cibi salubri e cibi insalubri ma solo diete equilibrate e non equilibrate che dipendono dallo stile di vita, dal dosaggio dei cibi e dalla moderazione con cui si consumano – ci spiega Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare – Nessun cibo, quindi, va demonizzato di per sé. E il rischio è che il Nutriscore anziché educare il consumatore, rischiano di portarlo a fare scelte superficiali, basate solo sull’assegnazione di un colore, e spesso sbagliate”.

“A questo si aggiunga – conclude Vacondio – che il Nutriscore rischia di mettere al bando alcuni di quelli che sono considerati in tutto il mondo pilastri della dieta mediterranea e veri toccasana per la salute, come il nostro olio d’oliva o il nostro parmigiano reggiano, a favore paradossalmente di cibi surrogatori e cibi spazzatura”.

 

di Silvia Biasotto

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