Sicurezza alimentare a Taranto: contaminazione da diossina per uova e cacciagione

«Evitare la raccolta di chioccioline in terreni incolti; evitare la caccia di esemplari di fauna selvatica stanziale che abbiano avuto accesso ad alimenti potenzialmente contaminati; l’allevamento di galline ovaiole o di altri volatili da cortile deve essere attuato con rigorose cautele» come «l’alimentazione con mangimi sicuramente esenti da diossine». E’ questo l’invito che Antonio Tarasco, sindaco di Palagiano (Ta),  ha rivolto ai propri concittadini.

La decisione è scaturita in seguito ad una circolare dei responsabili dei Servizi Veterinari dell’Asl con cui si raccomandava l’adozione di provvedimenti di divulgazione delle procedure di prevenzione del rischio di contaminazione degli alimenti di origine animale da diossine e Pcb-Dl (policlorobifenili diossino-simili,ndr).

Che a Taranto, città sottoposta per decenni a “violenze ecologiche” da parte di attività industriali inquinanti, la catena alimentare sia ormai compromessa, non è una novità.  Negli ultimi cinque anni migliaia di capi di bestiame, ovini e caprini, provenienti da allevamenti  a ridosso dell’Ilva sono stati sottoposti ad eutanasia sanitaria perché contaminati da diossine e Pcb-Dl.

A causa dell’inquinamento Taranto è stata più volte “colpita al cuore”: nel 2008 l’Asl di Taranto ha ordinato l’abbattimento di 1300 capi di bestiame contaminati; nel 2010 un’ordinanza della Regione Puglia ha vietato il consumo del fegato di animali cresciuti nel raggio di 20 km dall’area industriale; nel 2011, in seguito ad indagini di laboratorio che hanno dimostrato la concentrazione di diossina e Pcb nei mitili superiori ai limiti concessi dalla legge, l’Asl ha vietato la vendita di cozze allevate nel primo seno del Mar Piccolo, il punto di mare più pregiato per la coltivazione di mitili, risultato anch’esso altamente contaminato.

Di colpi al cuore da parte dell’ ”ecomostro” Ilva, a quanto pare, Taranto continua a riceverne: l’allarme diossina, com’era prevedibile, si è adesso esteso anche al consumo di chiocciole raccolte nei pressi dello stabilimento siderurgico, di uova e carni di volatili da cortile e alla cacciagione.

Già nel 2010 l’Università del Salento, analizzando le lumache attorno all’area industriale, ha riscontrato valori sbalorditivi di sostanze cancerogene, 27,65 picogrammi di diossine e pcb per grammo di materia grassa, mentre il limite massimo è 4,5. All’epoca delle analisi, quindi, le lumache superavano di oltre 6 volte i limiti stabiliti dalle norme europee.

L’associazione ambientalista Peacelink ha chiesto chiarimenti sulla circolare inviata dall’Asl ai sindaci, sui rischi effettivi del consumo degli alimenti citati e sul comportamento consigliato ai consumatori. A tali sollecitazioni, il direttore dell’Unità operativa Igiene degli allevamenti dell’Asl, Teodoro Ripa, ha risposto che con la circolare si intendeva solamente raccomandare prudenza, non sollevare un allarme. Il rischio riguarda, secondo il Dottor Ripa, solamente gli allevamenti non autorizzati per i quali nessuno garantisce un’alimentazione corretta e aumenta laddove i pascoli non sono controllati e l’allevatore non si fa responsabile di quello che l’animale mangia.

Sempre in attesa di maggiori certezze, i consumatori tarantini prima ancora che la diossina, sulle loro tavole mangiano timore, una spezia che rende sicuramente meno gustose le rinomate prelibatezze locali.

 

di Alessia Demarco

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