Alimenti, una proposta di legge per riavere lo stabilimento di produzione in etichetta

“Una proposta di legge sulle etichette alimentari molto chiara e concisa per far sì che l’Italia mantenga in etichetta l’obbligo di citare lo stabilimento di produzione”. Lo comunica il Movimento 5 Stelle ricordando come la prescrizione italiana della sede dello stabilimento potrà essere mantenuta solo a condizione che il Governo italiano provveda alla notifica di tale norma alla Commissione europea, ai sensi del Regolamento 1169/2011.

 Dallo scorso 13 dicembre sono entrate in applicazione le novità in materia di informazione ed etichettatura degli alimenti. Tante piccole conquiste per il consumatore ma secondo molti, su  un punto si è fatto un enorme passo indietro: lo stabilimento di produzione e confezionamento non è più obbligatorio. L’informazione non è infatti contemplata nell’elenco delle indicazioni obbligatorie e sebbene fosse prevista alla normativa italiana (d.lgs 109 del 1992) per la gerarchia delle fonti la presenza dello stabilimento di produzione e confezionamento in etichetta diventa facoltativa.

Le polemiche non mancano, tanto che il Movimento 5 Stelle aveva fatto sapere che all’interpellanza urgente presentata dal deputato Giuseppe L’Abbate (capogruppo M5S in Commissione Agricoltura), il Governo ha risposto che, non essendovi una legge ad hoc, si è preferito non rinnovare la richiesta. I 5 Stelle hanno chiesto ai cittadini di far sentire la propria voce, attraverso una lettera indirizza al premier Matteo Renzi, al Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi e dell’Agricoltura Maurizio Martina. In 10.000 hanno accolto l’invito: “Vi chiedo di notificare alla Commissione Europea la volontà di legiferare per mantenere l’obbligo di indicare in etichetta lo stabilimento di produzione e confezionamento dei prodotti alimentari commercializzati in Italia. Il Paese non può aspettare ancora per avere risposte più rapide su questi temi”, ha spiegato L’Abbate.

La proposta di legge è a prima firma del deputato Paolo Parentela e chiarisce, nel suo preambolo, le motivazioni di tanta preoccupazione per l’assenza della indicazione. I singoli consumatori –  si legge – hanno il diritto di scegliere un alimento rispetto a un altro anche in considerazione del paese o della regione dove è prodotto per motivi legittimi come sostenere l’economia e l’occupazione locali, in nome del valore del lavoro. Anche in termini di maggiore garanzia della sicurezza alimentare, una conoscenza immediata di dove l’alimento sia stato prodotto e confezionato è rilevante, permettendo alle “autorità di controllo di attivare facilmente le azioni correttive volte a mitigare rischi per la salute umana nel caso in cui si segnalino o si riscontrino eventuali anomalie, alterazioni e ogni altra situazione in grado di provocare allerta per l’incolumità pubblica”.

Il Regolamento infatti non esclude che si possano introdurre altre indicazioni obbligatorie oltre a quelle previste dallo stesso, ma pone dei paletti e indica una chiara procedura da seguire. Innanzitutto la norma europea specifica le motivazioni per le quali uno Stato potrebbe decidere di aggiungere una indicazione, ovvero: protezione della salute pubblica, dei consumatori, delle frodi oppure dei diritti di proprietà industriale e commerciale, delle indicazioni di provenienza, delle denominazioni d’origine controllata e repressione della concorrenza sleale. La procedura richiesta prevede invece una notifica alla Commissione Europea e solo dopo 3 mesi lo Stato potrà adottare le nuove disposizioni. Ovviamente a patto che non abbia ricevuto un parere negativo dalla Commissione.

Clicca qui per leggere il testo della proposta di legge.

 

A cura di Silvia Biasotto

Comments are closed.