Ambientalisti vs Sblocca Italia: “Non siamo colonia dei signori del petrolio”

Gli ambientalisti fanno fronte comune contro il decreto Sblocca Italia. “L’Italia non è una colonia dei signori del petrolio”, dicono Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia che hanno lanciato una serie di iniziative nei “punti caldi” della penisola (Sicilia, Basilicata, Puglia, Adriatico) e chiamano a una mobilitazione di cittadini, rappresentanti di enti locali e parlamentari, categorie sociali ed economiche, nei confronti delle disposizioni contenute nell’art. 38 del decreto legge Sblocca Italia.

Con le disposizioni previste in tale articolo, affermano le tre sigle, il Governo Renzi “favorisce la nuova colonizzazione del nostro territorio e dei nostri mari da parte dell’industria petrolifera, invece di difendere l’interesse pubblico ad uno sviluppo economico sostenibile (ampliando le servitù petrolifere in Basilicata a 3/4 del suo territorio, bypassando il divieto in Alto Adriatico, favorendo le attività nel canale di Sicilia e mettendo a rischio anche il Nord Ovest della Sardegna)”. Le mobilitazioni sono iniziate a Licata e proseguiranno il 17 ottobre a Siracusa, proseguendo poi a Pescara, a Bari e a Potenza. Gli ambientasti hanno inoltre avviato proprio oggi un confronto con i parlamentari delle Commissioni Ambiente e Attività produttive di Camera e Senato.

Le tre associazioni ambientaliste affermano che “l’art. 38 del decreto legge n. 133/2014 è nel solco di una strategia del Ministero dello Sviluppo Economico che tende a favorire gli interessi dei petrolieri sin dal 2010, quando ci fu la modifica del Codice dell’Ambiente (con l’art. 2 del decreto legislativo 128/2010) sulla interdizione alle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi liquidi in una fascia di 12 miglia dal perimetro esterno delle aree naturali protette marine e costiere, e cerca di scardinare qualsiasi norma prudenziale, prima con l’apertura delle attività nel Golfo di Taranto, già nel 2011, poi con la sanatoria delle “procedure in corso” al giugno 2010 seppur localizzate nelle aree interdette (contenuta nell’art. 35 del “decreto sviluppo” n. 83 del 2012) e ancora con l’individuazione di una nuova area di sfruttamento, grande quanto la Corsica, tra la Sardegna e le Baleari (con il Decreto Ministeriale del 9/8/2013)”. L’impatto economico, sociale e ambientale di tali misure sono però perdenti, affermano le tre sigle, perché inquinamento e rischio di incidenti mettono a rischio aree di pregio, dove ci sono fiorenti attività legate al turismo e alla pesca, senza contare che le riserve di petrolio di cui si parla potrebbero coprire il fabbisogno nazionale “per appena 13 mesi”.

Le tre sigle chiedono dunque l’abrogazione dell’art. 38. Contestano ad esempio una sostanziale emarginazione di Regioni ed enti locali: “si cerca di bypassare l’obbligo di “intese forti” con le Regioni, scippando oltretutto le procedure di Valutazioni di Impatto Ambientale (VIA) sulle attività a terra di loro competenza – affermano – Gli enti locali vengono totalmente ignorati, arretrando anche rispetto alle disposizioni dell’art. 35 del decreto legge 83/2012 che stabiliva comunque che fossero acquisito, in sede di VIA, il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree protette marine e costiere”.

Se inoltre tutto viene considerato “strategico”, proseguono, si dà mano libera ai privati. L’articolo 38 dello Sblocca Italia prevede che “al fine di valorizzare le risorse energetiche nazionali e garantire la sicurezza degli approvvigionamenti del Paese, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”. Dicono Greenpeace, Legambiente e WWF: “Nel decreto si stabilisce che indistintamente un’intera categoria di attività di prospezione, ricerca coltivazioni di idrocarburi e stoccaggio nel sottosuolo rientrino nelle procedure accelerate e semplificate derivanti dalla legge Obiettivo che consentono, contro ogni principio precauzionale, di dare la compatibilità ambientale in appena 60 giorni anche a progetti molto impattanti e tecnologicamente delicati. Ma la corsia preferenziale viene accordata normalmente solo alle opere individuate nel Programma delle infrastrutture strategiche, mentre la norma contenuta nello Sblocca Italia dà carta bianca a tutti gli appetiti dei privati senza alcuna indicazione di priorità”.

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