FCA accusata di aver violato le norme USA sulle emissioni: Dieselgate all’italiana?

Neanche il tempo di ricevere i complimenti da parte del presidente eletto Donald Trump per aver investito negli stabilimenti di produzione americani e poco più di 24 ore dopo si abbatte la tempesta di un possibile “Dieselgate all’italiana” sulla FCA di Sergio Marchionne. L’Environmental Protection Agency (EFA) ha infatti accusato Fiat Chrysler di aver messo in vendita dal 2014 più di 100mila veicoli sui quali era installato un software che permetteva emissioni diesel sopra i limiti consentiti violando le norme del “Clear Air Act”. I veicoli sotto accusa, secondo l’EPA, sono Grand Cherokee e Dodge Ram.

gas-marmitta-scarico-auto-352FCA come Volkswagen? È ancora tutto da dimostrare ma intanto dalla sede di Torino la replica all’agenzia per la protezione ambientale americana non si fa attendere.

In un comunicato arrivato dalla sede del Lingotto si legge che “FCA US è contrariata dal fatto che l’EPA abbia scelto di emettere una “notice of violationin merito alla tecnologia di controllo delle emissioni impiegata nei motori diesel leggeri da 3.0 litri, modelli 2014-2016, della società. FCA US intende collaborare con l’Amministrazione subentrante per presentare i propri argomenti e risolvere la questione in modo corretto ed equo, rassicurando l’EPA ed i clienti di FCA US sul fatto che i veicoli diesel della società rispettano tutte le normative applicabili. I motori diesel di FCA US sono equipaggiati con hardware di controllo delle emissioni all’avanguardia, ivi incluso la tecnologia selective catalytic reduction (SCR). Ogni costruttore automobilistico deve utilizzare varie strategie per controllare le emissioni al fine di realizzare un equilibrio tra le prescrizioni di EPA relative al controllo delle emissioni di ossidi di azoto (NOx) e le prescrizioni relative alla durata, prestazioni, sicurezza e contenimento dei consumi. FCA US ritiene che i propri sistemi di controllo delle emissioni rispettino le normative applicabili”.

Mentre l’enforcement division dell’EPA indaga per verificare se il software installato sulle autovetture in questione sia o meno “taroccato”, la “FCA US auspica fortemente di poter avere quanto prima la possibilità di incontrare i tecnici dell’agenzia ambientale e i rappresentanti della nuova amministrazione, per dimostrare che le strategie di controllo di FCA sono giustificate e pertanto non costituiscono “defeat devices” in base alla normativa applicabile e risolvere prontamente la questione”.

Gli sforzi profusi e la volontà di collaborare al più presto con il governo americano per risolvere la questione non hanno impedito il crollo in Borsa delle azioni FCA che, nella giornata di ieri, ha chiuso con un calo del 16% solo su Piazza Affari.

All’apertura delle borse di questa mattina, gli analisti finanziari osservano che il crollo di ieri è stato tanto ampio da assorbire già una buona parte dell’impatto finanziario sul gruppo, e che in fondo ci siano profonde differenze con il Dieselgate che ha travolto Volkswagen dal settembre 2015. Tanto per cominciare molto diverso è il numero di auto coinvolte nello scandalo: 560mila negli Usa e 11 milioni nel mondo per Volkswagen, 104mila per Fca. Quand’anche la vicenda si concludesse con una sanzione amministrativa a carico di FCA, questa ammonterebbe 4,63 miliardi, che corrisponderebbero a 2,84 euro per azione, il titolo ha già assorbito due terzi del rischio potenziale per azione. Inoltre, rispetto al celebre caso Volkswagen, che ammise di aver installato su molti veicoli un software illegale che ingannava i test sulle emissioni inquinanti, FCA è intenzionata a dimostrare che il suo comportamento non è stato contrario alle regole.

A navigare in cattive acque in queste ore è anche un’altra casa automobilistica europea, la Renault. Dopo lo scandalo Volkswagen, una commissione indipendente di esperti aveva constatato l’importante sforamento del limite massimo di emissioni inquinanti su alcuni veicoli diesel venduti in Francia da diversi costruttori, tra cui Renault. Tre giudici francesi indagheranno sui dispositivi utilizzati da Renault per controllare le emissioni dei suoi motori diesel che si sospetta siano truccati. La notizia, anche in questo caso, ha provocato il tracollo del titolo in Borsa che in tarda mattinata perdeva il 4%. La casa automobilistica d’oltralpe si è prontamente giustifica affermando che “I veicoli Renault sono sempre stati omologati conformemente alla legge e alle regolamentazioni. Sono conformi alle norme in vigore. I veicoli Renault non sono equipaggiati di software di frode ai dispositivi anti-inquinamento”.

Intanto le associazioni dei consumatori iniziano a prendere le misure per far luce sulla questione. Luisa Crisigiovanni, segretario generale di Altroconsumo, dichiara: “Più volte abbiamo denunciato il fatto che le decisioni adottate negli anni dalla Commissione europea e dagli Stati membri per indebolire il fattore di conformità per le emissioni Nox delle autovetture diesel sono state estremamente insoddisfacenti e questo è il risultato. Oggi, invece, è essenziale che la Commissione e gli Stati membri agiscano con fermezza per restituire la fiducia dei consumatori nel settore automobilistico e nelle istituzioni”.

Altroconsumo sollecita quindi il Ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, a fornire gli esiti delle analisi e dei test realizzati per valutare la diffusione del problema su diverse case auto oltre a VW: test promessi pubblicamente a settembre 2015 dal Ministro e dei quali ad oggi non si è saputo nulla.

Il Codacons si cautela presentando oggi un esposto alla Procura della Repubblica sul caso delle emissioni. “Crediamo sia necessario accertare se i motori diesel oggetto di contestazione da parte delle autorità statunitensi siano commercializzati anche in Italia, o se lo siano stati in passato”, spiega il Codacons. “Dalle dichiarazioni rilasciate da Sergio Marchionne sembra escludersi tale possibilità, ma nell’interesse degli automobilisti italiani crediamo sia doveroso aprire una indagine specifica, considerato che la quota di mercato delle auto FCA ha raggiunto in Italia il 28,94% nel 2016, e il solo marchio Jeep ha fatto segnare un incremento delle vendite del +35%”.

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