Greenpeace: la maggior parte delle piattaforme sono solo ferro vecchio

“Abbiamo deciso di fare chiarezza: le piattaforme interessate dal referendum del 17 aprile sono ferrovecchi che nella maggioranza dei casi estraggono nulla o poco più e che non versano neppure un centesimo nelle casse pubbliche”. Così dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. Mentre mancano solo 17 giorni all’appuntamento referendario, le organizzazioni ambientaliste continuano a darsi da fare per dimostrare ai cittadini (e alla politica) la necessità di abrogare le concessioni per le trivellazioni petrolifere nei nostri mari. Oggi, il compito di alzare il livello di attenzione, nella speranza di colmare il vuoto informativo che la politica sta contribuendo a creare sull’argomento, lo ha assunto GreenPeace. Osservando i dati delle piattaforme petrolifere situate a 12 miglia marine dalla costa, l’associazione ha scoperto che il 73% sono non operative, non eroganti o erogano così poco da non versare neppure un centesimo di royalties alle casse pubbliche.

“Vecchie spilorce”, così vengono definiti gli impianti presi in esame da GreenPeace, che in tre casi su quattro hanno esaurito totalmente il loro ciclo industriale (35 casi su 88 esaminati). Altre 6 piattaforme risultano “non operative” e 28 sono classificate come “non eroganti”. Ne consegue, continuano dall’associazione, che l’unico scopo per cui il 40% di queste strutture restano ancora in mezzo al mare è per fare ruggine.

Tra quelle che sono ancora in grado di estrarre qualche goccia di petrolio, 29 ne producono così poco da restare sotto la soglia della franchigia (pari a 50 mila tonnellate per il petrolio, 80 milioni di metri cubi standard per il gas) che esenta i petrolieri dal pagamento delle royalties. Non un centesimo di introito per le casse dello Stato, dunque.

In definitiva, restano solo 24 piattaforme (di cui una di supporto) che estraggono abitualmente idrocarburi al di sopra della franchigia: appena 27% delle piattaforme entro le 12 miglia.

Per Greenpeace è quindi “urgente smantellare le altre 64 strutture – alcune vecchie più di 40 anni – che hanno palesemente esaurito il loro ciclo di produzione e che devono essere rimosse prima che il mare e la ruggine provochino cedimenti nella struttura, con il rischio di causare disastri ambientali”.

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