Legambiente: “Trivella Selvaggia” minaccia i mari italiani

Il mare italiano è minacciato dai “pirati dell’oro nero”. Oggi in mare sono attive 9 piattaforme petrolifere, ma con i nuovi permessi si potrebbero aggiungere altre 70 trivelle. Sono circa 30 mila km quadrati di mare, una superficie più grande della Sardegna, che fra permessi di ricerca petrolifera e richieste di ricerca sono ipotecati dal rischio di nuove estrazioni di petrolio. Che però non sono fatti ingenti: le scorte di petrolio disponibili nei fondali italiani, per certo, sono 10,3 milioni di tonnellate. Verrebbero consumati in sole sette settimane. È con questi numeri che Goletta Verde di Legambiente lancia oggi il dossier “Trivella Selvaggia”.

E consegna la “bandiera nera” al ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, contestato per le decisioni prese in politica energetica, a partire dagli incentivi alle rinnovabili per arrivare alla scelta di puntare ancora sulle trivellazioni.

Nei mari italiani, spiega Legambiente, sono già attive 9 piattaforme di estrazione petrolifera ma, attraverso il recente decreto Sviluppo in via di approvazione definitiva dal Parlamento, si potrebbero aggiungere almeno altre 70 trivelle. Attualmente, 10.266 km2 di mare italiano sono oggetto di 19 permessi di ricerca petrolifera già rilasciati (gli ultimi due sono stati sbloccati il 15 giugno scorso nel tratto abruzzese di Adriatico di fronte la costa tra Vasto e Ortona); 17.644 km2 di mare minacciati da 41 richieste di ricerca petrolifera non ancora rilasciate ma in attesa di valutazione e autorizzazione da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. Fra aree già trivellate e quelle che a breve rischiano la stessa sorte, si tratta di circa 29.700 kmq di mare, una superficie più grande di quella della regione Sardegna. Le richieste e i permessi per la ricerca di petrolio in mare attualmente riguardano soprattutto l’Adriatico centro meridionale, il Canale di Sicilia, il mar Ionio, e uno riguarda il Golfo di Oristano.

L’associazione ambientalista contesta la scelta energetica che sta alla base delle trivellazioni. L’associazione “da sempre afferma che continuare a puntare sull’energia fossile sia non solo rischioso per l’ambiente e la salute dei cittadini ma anche un investimento miope ed anacronistico. E poi il gioco non vale la candela, partendo proprio dalle riserve accertate nel nostro Paese confrontate con i dati relativi al consumo di petrolio che in Italia è diminuito, complice soprattutto la crisi economica, ma anche i primi effetti delle politiche di efficienza”. I dati dell’Unione petrolifera dicono ad esempio che nel primo semestre 2012 c’è stato un calo del 10% dei consumi di petrolio.

“Le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico aggiornate a dicembre 2011 – spiega Legambiente – indicano come certa la presenza nei fondali marini di solo 10,3 milioni di tonnellate di petrolio che, ai consumi attuali, sarebbero sufficienti per il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Non solo: anche attingendo al totale delle riserve certe, comprese quelle presenti nel sottosuolo italiano, concentrate soprattutto in Basilicata, nel complesso verrebbero consumate in appena 13 mesi. Questi dati  – prosegue l’associazione – dimostrano l’assoluta insensatezza del rilancio delle attività estrattive previsto nella nuova Strategia energetica nazionale prospettata dal ministro Passera, in cui uno dei pilastri sembra essere proprio la spinta verso nuove trivelle volte a creare 15 miliardi di euro di investimento e 25mila nuovi posti di lavoro. Un settore destinato ad esaurirsi in pochi anni, come sostenuto dallo stesso Ministero nel Rapporto annuale 2012 della sua Direzione Generale per le Risorse Minerarie ed Energetiche: «Il rapporto fra le sole riserve certe e la produzione annuale media degli ultimi cinque anni, indica uno scenario di sviluppo articolato in 7,2 anni per il gas e 14 per l’olio»”.

Molto rumore per nulla, sembrano dire questi dati. “L’ultima pericolosa falla aperta nella rete di protezione delle coste italiane dai rischi di incidente da estrazione petrolifera è stata aperta dall’articolo 35 del decreto Sviluppo – prosegue Legambiente – Un provvedimento che da una parte aumenta a 12 miglia la fascia di divieto ma solo per le nuove richieste di estrazione di idrocarburi a mare e dall’altra fa ripartire tutti i procedimenti autorizzatori per la prospezione, ricerca ed estrazione di petrolio che erano stati bloccati dal decreto legislativo 128/2010, approvato dopo l’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon nel golfo del Messico”. Per questo l’associazione assegna la “bandiera nera” al ministro Passera.

Sostiene  Stefano Ciafani, Vicepresidente nazionale di Legambiente: “Lo sviluppo economico e l’uscita dalla crisi passa per una strada diversa, quella fondata sullo sviluppo delle rinnovabili e di serie politiche di efficienza in tutti i settori, a partire da quello dei trasporti, primo consumatore dei derivati del petrolio nel nostro Paese, che potrebbe portare nei prossimi anni i nuovi occupati a 250 mila unità. Parliamo cioè di numeri dieci volte superiori a quelli ottenuti grazie alle nuove trivellazioni e soprattutto – conclude Ciafani – parliamo di garantire uno sviluppo futuro, anche sul piano economico, sicuramente molto più sostenibile e duraturo dei soli 14 anni che ad oggi sono propagandati con la paradossale rincorsa allo scarsissimo oro nero made in Italy” .

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