L’Italia del riciclo: 43% rifiuti urbani va ancora in discarica

E’ una fotografia in chiaroscuro quella che emerge dall’industria dei riciclo e del recupero in Italia: nonostante l’impatto della crisi dei mercati internazionali e dei consumi, nel 2012 l’industria del riciclo dei rifiuti continua a crescere e a sostenere settori industriali strategici per il paese. Da un lato, ormai oltre il 65% degli imballaggi viene avviato a riciclo, mentre c’è un vero e proprio boom per carta, vetro e acciaio; dall’altro, l’Italia è ancora indietro rispetto ad altri paesi europei, perché il 43% dei rifiuti urbani viene ancora smaltito in discarica. Rimane dunque molta strada da percorrere per una piena attuazione della “società del riciclo” e gli attuali livelli e capacità di riciclo hanno ancora margini di miglioramento, soprattutto in alcuni comparti quali il riciclaggio della gomma, dei rifiuti elettronici e degli inerti da costruzione e demolizione. Questi i principali risultati emersi dallo studio “L’Italia dei riciclo”, il Rapporto promosso da FISE Unire (l’Associazione di Confindustria che rappresenta le aziende del recupero rifiuti) e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

Occorre dunque promuovere il riciclo dei rifiuti attraverso misure omogenee sull’intero territorio nazionale e ridurre significativamente l’attuale percentuale di smaltimento in discarica, adeguando il quadro normativo a quanto previsto in sede europea (Direttiva quadro 98/2008/CE) con la reale applicazione della priorità del riciclo di materia rispetto ad altre forme di gestione.

I dati? Nel 2012, nonostante la drastica riduzione dei consumi delle famiglie e della produzione industriale, il riciclo degli imballaggi ha registrato una crescita complessiva (+0,5% in termini assoluti e +2% vs 2011 nel rapporto riciclo/immesso a consumo) che attesta la capacità di tenuta del settore, sia pur tra le mille difficoltà dell’attuale congiuntura. L’incremento appare evidente in tutte le filiere con punte d’eccellenza nei comparti tradizionali, quali carta (84%), acciaio (75%) e vetro (71%) ed è ancora più significativo in quanto in molti di questi comparti è avvenuto a fronte di una decisa contrazione dell’immesso a consumo. Evidenziano un deciso sviluppo anche filiere del recupero diverse da quelle relative agli imballaggi, quali il tessile (+20% vs 2010) e la frazione organica (4,5 milioni di tonnellate recuperate). Tra i risultati positivi spicca anche il primato europeo del nostro Paese per il reimpiego dei materiali ottenuti dalla demolizione dei veicoli a fine vita e il secondo posto per il loro riciclo.

Nonostante questi dati incoraggianti, l’Italia sconta ancora oggi un grave ritardo rispetto alle altre nazioni dell’Unione europea perché conferisce in discarica circa il 43% dei rifiuti urbani, in diverse regioni anche oltre l’80%, a fronte di altri Paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svezia) che, dopo aver portato il riciclo a livelli molto elevati e destinato una quota significativa al recupero energetico, hanno superato il ricorso allo smaltimento in discarica.

Per raggiungere obiettivi più ambiziosi, rileva il Rapporto, servono regole chiare e applicabili e soprattutto omogenee condizioni e tempi di rilascio delle autorizzazioni ambientali. E’ necessario dunque che il Governo sostenga una politica di supporto allo sviluppo del riciclo dei rifiuti, attraverso strumenti economici che ad esempio disincentivino lo smaltimento in discarica, rendendolo più costoso.

Commenta Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile:“Anche il riciclo ha risentito della crisi che nel 2012 ha colpito, e continua anche quest’anno a colpire, il Paese: le imprese del riciclo più forti hanno reagito bene alla crisi, ma non poche di quelle piccole e meno robuste hanno chiuso. Ma questo Rapporto fa intravedere anche i potenziali di sviluppo del riciclo, in vari settori: potenziali che potrebbero contribuire alla ripresa economica del Paese se si riuscisse a superare le barriere (normative, gestionali, di mercato, nonché relative alla  disponibilità del credito) che ostacolano lo sviluppo di quello che è un settore strategico per una green economy”.

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