L’Italia del riutilizzo: la lunga vita dei rifiuti

Riutilizzare è meglio che smaltire. Da un sondaggio condotto dalla Direzione Europea dell’Ambiente, risulta che 2/3 dei cittadini dell’Unione ritengono che nel proprio paese si producano troppi rifiuti. Cosa fare per ridurla? Per l’87% degli inglesi e l’86% dei danesi e degli svedesi, il miglior modo per risparmiare rifiuti è donare o vendere beni a fini di riutilizzo. Meno consapevoli di questa opportunità sembrano invece gli sloveni (36%), i rumeni (38%) gli italiani (43%). Nonostante il volume d’affari generato dal mercato dell’usato in Italia è pari a circa 18 miliardi di euro, la metà dei quali generati da Internet, la maggior parte degli abitanti considera che fare ricorso a oggetti o abiti usati sia sinonimo di povertà e tende ad evitare questa pratica.

Tale cifra però è considerata sovrastimata dagli operatori del settore, secondo i quali si assesterebbe attorno ai 3 miliardi. Stando a questo dato, dunque, ci sarebbe ancora molto da fare nel nostro Paese per quanto riguarda il riuso dei beni.

“Sull’onda della normativa europea, c’è bisogno di una forte spinta che porti il settore ad un’evoluzione”, dichiara Stefano Ciafani, Vice Presidente di Legambiente e moderatore della tavola rotonda “L’Italia del riutilizzo. Verso un uso efficiente delle risorse” organizzata da Federambiente, Legambiente, Occhio del Riciclone e O.N.U. (Rete Nazionale Operatori dell’Usato) che si è tenuta questa mattina. Durante l’incontro è stato presentato il Quinto Rapporto Nazionale sul Riutilizzo realizzato dal centro di ricerca economica e sociale di Occhio del Riciclone con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente.

La rete nazionale degli operatori dell’usato coinvolge 80.000 persone impiegate nel settore: ambulanti, fiere, mercati storici, mercatini delle pulci, negozi in conto terzi. Si tratta di un settore con una componente informale molto elevata (80%) che rende difficili le stime ma, facendo riferimento ai 210 negozi in conto terzi presi in considerazione come campione per la ricerca, si è calcolato che sono statti avviati al riutilizzo circa 22 mila tonnellate di beni all’anno, equivalenti a 38 milioni di euro restituiti alle famiglie. Si calcola poi che se lo sviluppo del riutilizzo fosse incentivato in tutta Europa ci sarebbero 800.000 posti di lavori in più che corrispondono a 1/6 della disoccupazione giovanile europea che potrebbe essere assorbita da questo settore.

“La Rete Nazionale Operatori dell’Usato chiede quindi alle istituzioni la produzione di indicazioni più adeguate per rendere riutilizzo e preparazione al riutilizzo realtà diffuse capaci di generare macro risultati in ambito ambientale, occupazionale, economico e sociale”, spiega Gianfranco Bongiovanni, di Occhio del Riciclone. Alcune best practice sono già in atto e hanno cominciato a produrre importanti risultati: il progetto “Cambia il finale” di Hera spa, per esempio, ha permesso di destinare circa 41.000 beni a Onlus e associazioni della società civile con una percentuale di riutilizzo pari al 70%; il progetto “Second Life” di Adriatica Green Power per ricavare pezzi di ricambio dagli elettrodomestici non funzionanti; il progetto di Humana People to People che rigenera capi di abbigliamento e finanzia attività di sviluppo nei paesi del Sud del mondo per circa 8 milioni di euro. “Il dibattito con le istituzioni, le associazioni, le aziende e gli operatori del settore va però mantenuto alto e deve puntare soprattutto verso la prevenzione della creazione di nuovi rifiuti”, conclude il Presidente di Rete O.N.U. Augusto Lacala.

di Elena Leoparco

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