Rischio idrogeologico: l’Italia è una frana

Con una superficie a forte criticità idrogeologica pari al 9,8% del territorio nazionale, il nostro Paese è uno dei territori che negli ultimi anni ha subito maggiormente e nel modo più pesante le conseguenze dei cambiamenti climatici in atto. Sono 6.633 i comuni in cui sono presenti aree a rischio e 5 milioni sono i cittadini che si trovano ogni giorno esposti al pericolo di frane e alluvioni. Data l’importanza di queste cifre, Legambiente, insieme a Coldiretti e altre associazioni e ordini professionali, ha organizzato nella giornata odierna un incontro di riflessione sull’argomento, per fare il punto sulla situazione e vagliare proposte di intervento.

L’emergenza si palesa ormai sotto gli occhi di tutti e coglie impreparate le comunità su cui si abbattono le calamità e lo Stato che non ha a disposizione un vero e proprio piano di intervento, e soprattutto di prevenzione, di queste catastrofi. “L’elevata frequenza di fenomeni, come alluvioni e frane, e un territorio reso particolarmente vulnerabile da una massiccia antropizzazione e dalla mancanza di manutenzione causano ogni anno danni ingenti”, spiega Vittorio Cogliati Dezza, Presidente di Legambiente. Quantificando il denaro necessario per far fronte alle emergenze, ci si trova di fronte a cifre da capogiro: ben 1 milione di euro al giorno, per un totale di 1 miliardo di euro spesi nel triennio 2009-2012. “Il problema”, continua Cogliati Dezza, “è che in Italia prolifera di più l’industria della riparazione che non quella della prevenzione”.

Dei 4,5 miliardi di euro stanziati per attuare interventi preventivi, solo 2 miliardi sono state realmente erogati negli ultimi 10 anni. Così, finora, solo il 4% delle abituazioni e il 2% delle industrie localizzate in aree ad alto rischio è stato delocalizzato.

Preoccupazione riguardo al tema è stata manifestata anche da Coldiretti. Il presidente Sergio Marini afferma che l’Italia frana perché si sono dimezzati gli agricoltori nelle aree marginali. “In 30 anni, 3 milioni di ettari di terreno coltivato sono stati abbandonati per mancanza di opportunità economiche e sociale”.

Le aree marginali sono tra l’altro uno degli aspetti del Piano nazionale per la messa in sicurezza del territorio. Il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, Corrado Clini, ha sottolineato nel suo intervento l’azione svolta dal Governo nella direzione dell’istituzione di questo documento. “Si tratta di un pezzo importante della strategia di adeguamento ai cambiamenti climatici per altro attesa dall’Unione Europea”.

Il 21 dicembre dello scorso anno, il Governo ha perciò presentato al CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) un documento programmatico. “Abbiamo cominciato a lavorare sul programma nazionale di interventi che da un lato riguarda la messa in sicurezza dei territori più vulnerabili, che spesso sono anche quelli più marginali, e dall’altro bisogna mettere mano alle infrastrutture per la sicurezza, soprattutto nelle aree urbane”. Quanto alle risorse, servono circa 2,5 miliardi di euro l’anno per 15 anni per mettere in sicurezza l’intero territorio nazionale. Il Ministro spiega che si possono recuperare “da un lato dall’utilizzo in parte delle accise sui carburanti, in parte dai proventi della vendita dei permessi di emissione prevista dalla direttiva europea e in parte da strategie di credito di imposta a favore delle imprese”.

 

di Elena Leoparco

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