ACQUISTI. Altroconsumo: troppa chimica e diritti negati per produrre i jeans

Indossare un paio di jeans non è, o non dovrebbe essere, una scelta facile: in gioco ci sono non tanto questioni di moda, ma temi etici quali i diritti dei lavoratori che quei jeans producono (spesso negati), il mancato rispetto per l’ambiente, la presenza di sostanze chimiche nei tessuti che possono recare rischi a partire da chi li produce e da chi li rifinisce per finire con interrogativi su chi li indossa. A puntare i riflettori sul capo più amato da generazioni di persone è Altroconsumo con un’inchiesta, pubblicata sul mensile di luglio-agosto, dal titolo "Alla larga da quei jeans".

"Fanno sentire bene chi li indossa, ma fanno stare male gli operai che li realizzano. C’è sempre un rovescio della medaglia, quello dei jeans è spesso fatto di diritti negati, di straordinari forzati, di salari che non garantiscono una vita dignitosa, di ambienti di lavoro insicuri, di processi che mettono a rischio la salute di chi li porta a termine – si legge nell’esordio dell’inchiesta – E anche l’ambiente paga un prezzo molto alto. Perché il ciclo del denim richiede consumi d’acqua impensabili e l’utilizzo di tantissime sostanze chimiche nelle diverse fasi di produzione, dalla coltivazione del cotone fino ai trattamenti per ottenere effetti particolari sui jeans. Chimica che poi si riversa nell’ecosistema o entra direttamente in contatto con il nostro corpo".

L’inchiesta è stata condotta con ispezioni in fabbriche di Cina, Pakistan, Marocco, Turchia e Italia e con analisi di laboratorio sui capi per verificare l’eventuale presenza di residui chimici e allergizzanti. Sono state sei marche su 11 ad aprire le porte delle fabbriche all’associazione.

Fra i problemi del settore, si segnalano "chimica nei tessuti, diritti dei lavoratori negati, poco rispetto per l’ambiente", afferma Altroconsumo, che ricorda come il ciclo di produzione del denim richieda altissimi consumi d’acqua e trattamenti chimici dalla coltivazione del cotone alla manifattura dei jeans. La finitura del denim è una delle pratiche più rischiose, perché prevede tinture, spruzzature, effetti abrasivi, utilizzo di resine, pratiche effettuate con sostanze chimiche pesanti in aree dove la ventilazione è carente e gli scarichi per i fumi e i lavaggi non sono adeguati. Spesso nell’area vengono inviati a lavorare i lavoratori neoassunti. Poi c’è il problema dei contratti di subfornitura, con filiere difficilmente controllabili.

La chimica con cui vengono trattati i jeans, avverte l’associazione, può arrivare fino a chi li indossa. Sono state fatte delle analisi di laboratorio su alcuni modelli molto diffusi: "tre hanno evidenziato tracce di arsenico, antimonio e formaldeide, pur in quantità non preoccupanti – afferma Altroconsumo – In un modello trovate invece alte quantità di rame. Il consiglio per tutti è di lavare sempre il capo prima di indossarlo".

Altro problema denunciato già da tempo è l’uso della sabbiatura. "La tecnica della sabbiatura (sandblasting) per conferire al jeans l’effetto usato è letale se non realizzata con le protezioni necessarie per evitare di inalare silice, strumenti inesistenti nelle fabbriche della produzione del sommerso – denuncia Altroconsumo – Si calcola che in Turchia, sino a quando non è stata bandita come tecnica, nel 2009, a partire dal 2005 abbia prodotto oltre 5000 morti per silicosi. Purtroppo la produzione è stata dislocata su territori meno esigenti sul rispetto della salute degli operai e sottoposti a controlli saltuari: Cina, India, Bangladesh, Pakistan e in parte del Nord Africa".

Prosegue l’associazione: "Il 60% delle aziende e brand coinvolti nell’indagine ha dichiarato di aver abbandonato la tecnica. Tra tutte le fabbriche visitate l’unica che adottasse la sabbiatura, pur con attrezzature protettive, è stata proprio quella in Italia. L’azienda ha dichiarato di aver abbandonato il sandblasting subito dopo la nostra ispezione". Il consiglio? "Scegliete con responsabilità anche quando acquistate un jeans".

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