ACQUISTI. Contratti europei, Bruxelles va nella direzione sbagliata

Diritto europeo dei contratti, secondo le Associazioni dei consumatori e delle Pmi, Bruxelles è sulla strada sbagliata. Si tratta del diritto contrattuale europeo, uno strumento legislativo ideato per migliorare la normativa che regola l’acquisto di beni e servizi evitando di armonizzare su vasta scala il diritto privato degli Stati membri. La legislazione su cui sta lavorando Bruxelles vuole creare un framework di norme relative ai contratti di acquisto su scala europea che dovrebbero rafforzare il mercato interno eliminando gli attuali problemi connessi alla conclusione, all’interpretazione e all’applicazione delle compravendite transfrontaliere. Se sulla carta l’intento è nobile, secondo le associazioni, il testo così come approvato dal Parlamento europeo (non ancora definitivo) creerebbe solo una maggior confusione sia per il consumatore che per le Pmi.

Il carattere "opzionale" dell’applicazione di questi contratti costituirebbe il problema maggiore. Il suddetto sistema contrattuale non andrebbe infatti a sostituirsi a quelli nazionali, bensì sarebbe solamente un’opzione volontaria, insomma un’alternativa. Ancora non è chiaro chi sarebbe a scegliere, se l’acquirente o il venditore. In una lettera inviata agli eurodeputati in vista del voto e coofirmata dall’European Consumers Organisation (Beuc), Business Europe, Council of the Notariats of the European Union, EuroChambres, EuroCommerce e l’European Association of Craft, Small and Medium-sized Enterprises (UEAPME), i rappresentanti dei consumatori e delle Pmi rivelano che questo sistema causerebbe solamente "più confusione per chi compra". Inoltre questa legislazione si sovrappone in buona parte alla revisione della Consumers Right Directive (CRD), un enorme testo legislativo che fisserà gli standard dei diritti negli acquisti dei consumatori europei per i prossimi anni, composto da circa 1600 emendamenti e 4 direttive da fondere insieme. "Meglio aspettare l’esito di questa direttiva prima di andare avanti con i contratti europei", si legge nella lettera, che precisa come "la normativa dovrebbe andare insieme invece che parallelamente alla CRD. Sempre le associazioni lamentano il finora scarso coinvolgimento delle parti in causa: "La Commissione ha iniziato a lavorare troppo velocemente. Vogliamo sottolineare l’importanza di un efficace processo di consultazione con tutti gli attori in campo". Senza considerare che le stesse statistiche in possesso della Commissione rivelano che il 79% dei commercianti ritengono che regole uguali in tutta l’Ue non aumenterebbero per forza le vendite transfrontaliere. Secondo la Beuc sono altri i problemi: barriere amministrative per le Pmi, differenze nei regimi fiscali, questioni culturali (problemi di lingua o analfabetismo informatico), penetrazione di un brand negli altri mercati, diritti d’autore differenti, possibilità di azioni di risarcimento collettive e pagamenti on-line.

Fortemente criticata la Beuc. Ursula Pachl, vide Direttore generale dell’associazione, attacca proprio il carattere opzionale di tali contratti. "Si tratta di un nuovo strumento legislativo che agirebbe solo parallelamente alle normative nazionali, creando così una grande confusione nell’acquirente finale, sia cittadini che Pmi". Insomma la Commissione europea starebbe prendendo un granchio "nel credere che questa normativa svilupperebbe il mercato interno e gli scambi transfrontalieri, anche nel caso dell’ e-commerce". Secondo la Pachl "non si tratta di una buona analisi, non c’è nessuna evidenza degli effetti sul mercato interno" anche perché "tutti i dati sulla questione non sono stati ancora pubblicati". "Senza dimenticare che anche il mondo dell’impresa si è detto contrario".

I prossimi passi. Gli europarlamentari della Commissione giuridica hanno votato una relazione d’iniziativa (quindi senza valore legislativo) redatta da Diana Wallis (inglese, liberale). Dopo aver introdotto la questione nel lontano 1989, la Commissione europea ha aperto i lavori con una comunicazione ufficiale del 2001. Con il piano d’azione del 2003, sempre la Commissione ha cercato una definizione di un quadro comune di riferimento che contenga definizioni, principi comuni e norme sui contratti europei. Al 2008 risale il suo Green paper, in contemporanea con la proposta revisione della Consumers Rights Directive. In questo contesto s’iscrive la relazione della Wallis, che esprime la posizione attuale del Parlamento europeo in vista dell’inizio delle negoziazioni con Consiglio e Commissione.

di Alessio Pisanò

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