AGRICOLTURA. Rapporto Fondazione Cloe: ok la sicurezza alimentare ma la mafia minaccia il settore

Il confine tra legale e illegale nell’agricoltura italiana è spesso ambiguo. E non solo nel campo della sicurezza alimentare: mafia, frodi fiscali, abigeato sono alcuni dei problemi che affliggono il settore. Questa la fotografia dell’agroalimentare italiano scattata dal Primo Rapporto sulla legalità e la sicurezza in agricoltura nell’era della globalizzazione, ricerca che la Fondazione Cloe ha presentato oggi a Roma.

Due le sezioni del rapporto: sicurezza e qualità dell’agroalimentare e criminalità, illegalità e fattori di rischio in agricoltura. Per quanto riguarda la prima parte Francesco Baldarelli, segretario generale della Fondazione ha detto: "Il sistema italiano è un riferimento non solo per l’economia del Paese ma anche per la qualità e l’identità del nostro cibo. La legislazione europea e in particolare quella italiana contengono norme estremamente vincolanti per far sì che sulla nostra tavola giunga solo cibo sano e sicuro. Sul processo di rintracciabilità manca però la trasparenza soprattutto perché non è di facile accesso per i consumatori".

Non solo maggiore trasparenza in tema di rintracciabilità ma anche un modello normativo più organico in tutta la materia della sicurezza alimentare. Il rapporto effettua infatti una ricognizione della normativa regionale di recepimento delle direttive europee e dei principali progetti di tracciabilità a livello regionale. Quello che emerge è un quadro normativo frammentato e disorganico. C’è il rischio – si legge nella ricerca – che l’organicità e la congruenza delle linee-giuda Ue possano incrinarsi dal momento che le diverse regioni si muovono liberalmente nella pianificazione e nell’applicazione delle direttive e dei regolamenti Ue.

"Un altro limite – ha proseguito Baldarelli – è rappresentato dalla presenza di una molteplicità di soggetti istituzionali non perfettamente coordinati tra di loro per cui in futuro occorrerà indirizzare ogni sforzo per semplificare e razionalizzare il modello nazionale di sicurezza alimentare".

La seconda parte del rapporto è invece dedicata al ruolo della criminalità nel settore agroalimentare, un comparto che "oggi ricopre – ha commentato Massimo D’Alema, presidente della Fondazione Italianieuropei – un ruolo cruciale dell’economia del nostro paese. Basti pensare alla enorme crescita del fabbisogno mondiale e all’aumento della richiesta di qualità. Non è un caso che la criminalità si interessi a questo settore".

Un interesse che tradotto in cifre è rappresentato dai 2,4 miliardi di euro del volume di affari delle macellazioni abusive o dai 3mila euro per ogni capo di bestiame rubato. Secondo il rapporto, solo nel 2006 i furti di animali da allevamento in Italia sono aumentati del 20% rispetto all’anno precedente. In Sardegna la percentuale è arrivata al 33,4%.

I fenomeni di illegalità sono quindi sempre più diffusi e pervasivi: dal mercato del lavoro al controllo di quello ortofrutticolo e florovivaistico, ai segmenti della catena produttiva, commerciale e logistica. Ammontano a oltre 2.600 le presone denunciate e a 419 le aziende sequestrate dalla magistratura e dalle forze di polizia nel biennio 2005-2006. Come ha spiegato il presidente della Fondazione Cloe, Marco Minniti " si sono verificati casi in cui anche grosse catene distributive e titolari di marchi noti hanno operato sotto il controllo di organizzazioni mafiose attraverso l’uso di prestanome e la copertura di insospettabili imprenditori. Il controllo della distribuzione avviene sia attraverso la richiesta del pizzo, sia imponendo alle imprese commerciali la vendita e la collocazione sugli scaffali di determinati prodotti oppure l’assunzione di manodopera. E quando l’attività di impresa entra in crisi scattano le modalità usuraie".

Altro dramma dell’agricoltura italiana è quello del lavoro nero o non regolare. Secondo l’Istat nel 2005 il tasso di irregolarità in agricoltura è pari al 22,2%, un dato in crescita rispetto al 2004 (19,9%), al 2003 (18,3%) e al 2001 (20,9%). Si tratta di un problema che affligge soprattutto il Mezzogiorno dove il 25,3% delle unità di lavoro sono irregolari.

Al lavoro nero si affianca il fenomeno degli infortuni in agricoltura. Secondo il rapporto nel periodo 2001-2007 sono stati 481.394 gli incidenti di cui 999 mortali (fonte Inail-Istat). L’indice di incidenza degli infortuni nel 2007 è pari a 61,9 in agricoltura, al 57,5 per quanto riguarda l’industria e 29,6 per i servizi.

"Il fenomeno criminale in agricoltura – ha concluso Minniti– sembra rappresentatre la metafora più efficace del dispiegarsi della vocazione totalitaria di ‘ndrangheta, mafia e camorra. La mafia tende a monopolizzare il mercato alimentare fissando prezzi e quantità; compromette l’integrità del territorio con lo smaltimento dei rifiuti; è responsabile di adulterazioni e sofisticazioni alimentari. Non solo: la mafia arriva anche ad imporre gusti e scelte ai consumatori. Molti affari conclusi nell’Europa dell’Est da alcuni boss mafiosi hanno inciso sulle abitudini alimentari degli italiani. Si pensi al caso di alcune varietà d’uva coltivate nell’est europeo e importate in Italia dalla mafia e che oggi sono tra le più diffuse in Sicilia e Puglia".

A cura di Silvia Biasotto

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