ALIMENTAZIONE Cia: calano i consumi, 50 per cento prodotti è anonimo

Cala la spesa alimentare, quattro famiglie su dieci sono state costrette a tagliare i consumi, sei su dieci hanno cambiato menù. Sempre più spesso è corsa alle promozioni e non si disdegna l’acquisto di prodotti di qualità inferiore. Allo stesso tempo, c’è il tema del made in Italy e di quello che la Cia-Confederazione italiana agricoltori chiama "il piatto con l’inganno". Si tratta dei falsi prodotti alimentari "made in Italy" che le famiglie italiane portano a casa. Il tema sollevato dagli agricoltori da un lato comprende la spesa "anonima", quella priva di etichetta di origine, dall’altro si dispiega a livello internazionale con il fenomeno vero e proprio dell’agropirateria e dei prodotti "italian sounding" che richiamano sigle italiane, ma che italiani non sono – è il caso dei famosi Parmesao e Parmesan, del Parma Ham e di altri prodotti fatti all’estero che si richiamano all’Italia.

Sono alcuni dei temi messi in evidenza dagli agricoltori durante la Conferenza economica di Lecce. Sul versante dei consumi, denuncia la Cia: "La crisi economica "rivoluziona" la tavola degli italiani. La spesa per i consumi alimentari diminuisce del 3 per cento (più al Centro con un meno 4 per cento). Quattro famiglie su dieci sono state costrette a "tagliare" gli acquisti, mentre sei su dieci hanno modificato il menù. Il 36 per cento per cento è stato obbligato, a causa delle difficoltà, a scegliere prodotti di qualità inferiore. Il 32 per cento ormai compra solo "promozioni" che sono sempre più frequenti nel comparto agroalimentare. E i "discount", dove si spende di meno, sono diventati una delle mete preferite dei consumatori". In particolare, secondo i dati Cia elaborati insieme a dati Istat e Ismea, "il 41,4 per cento delle famiglie italiane ha ridotto gli acquisti di frutta e verdura, il 37 per cento quelli di pane e il 38,5 per cento quelli di carne bovina".

Previsioni e tendenze vedono consumi ancora al palo per il 2010. "Si hanno, sotto il profilo della quantità, flessioni del 2,3 per cento per la carne bovina, dell’1 per cento per i prodotti ittici, dello 0,4 per cento per gli ortaggi, dello 0,5 per cento per i vini e gli spumanti, dell’1,8 per cento per il pane, del 2,1 per cento per la pasta. Dovrebbero, invece, risultare in crescita le carni suine e i salumi (più 0,7 per cento), le carni avicole (più 0,5 per cento), la frutta (più 0,8 per cento), l’olio d’oliva (più 1,8 per cento) il latte e i suoi derivati (più 0,8 per cento)". Le famiglie sono più attente al prezzo, cercano alternative convenienti, rincorrono le promozioni e i punti vendita che offrono sconti e offerte.

Altro tema sollevato dagli agricoltori è quello del falso made in Italy. Denuncia la Cia: "Ogni mese le famiglie italiane, senza saperlo, portano sulle tavole prodotti stranieri, falsi "made in Italy", "clandestini" e anche "pericolosi" e spendono più di 5 miliardi di euro, per un totale annuo di oltre 60 miliardi di euro, il 25 per cento in più della nostra produzione lorda vendibile e poco meno della metà del valore dei consumi alimentari nazionali. Quattro prodotti agroalimentari su dieci sono realizzati con materia prima estera e uno su tre è un vero e proprio "tarocco". Basta un dato per comprendere la complessità del problema: in oltre il 50 per cento della spesa l’etichetta è "anonima"". Secondo gli agricoltori, ogni famiglia spende più di 185 euro al mese per un menù che non è italiano per più del 40 per cento.

Quali sono i prodotti meno "made in Italy"? Ecco la classifica della Cia: "Casi eclatanti sono quelli dei prosciutti (due su tre vengono prodotti con maiali stranieri e sono venduti per italiani), dei formaggi (due su quattro sono prodotti con latte estero), delle mozzarelle (circa il 45 per cento sono fatte con latte e anche cagliate provenienti dall’estero), della pasta (più del 35 per cento del grano duro utilizzato dalla nostra industria molitoria viene da paesi stranieri), del latte a lunga conservazione (più del 60 per cento delle confezioni vengono oltreconfine), della carne ovina (un agnello su tre viene da paesi stranieri). C’è, poi, la questione dell’aglio. Oltre l’80 per cento di quello venduto in Italia viene spacciato per nazionale, ma, al contrario, è di origine estera e soprattutto viene prodotto ed esportato, anche attraverso strane triangolazioni, proprio dalla Cina".

Poi ci sono i veri e propri tarocchi, i prodotti italian sounding che danneggiano le esportazioni, e i prodotti importati a rischio sofisticazioni, che secondo la Cia sono soprattutto sughi pronti per la pasta, pomodori in scatola, caffè, pasta, olio di oliva, mozzarella, formaggi e conserve alimentari.

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