ALIMENTAZIONE Cibi industriali e mamme senza tempo: la lettera di Paola Negri (Ibfan)

È un tema sicuramente delicato e sentito, dalle mamme e non solo, quello dell’alimentazione dei propri bambini. Tanto che prosegue il dibattito sull’uso di omogeneizzati, pastine, pappe pronte. Qualche giorno fa, Help Consumatori aveva evidenziato i pro e i contro dei prodotti industriali destinati all’infanzia intervistando due esperti: Paola Negri, presidente Ibfan Italia e Andrea Vania, presidente Ecog e Responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione Pediatrica. Paola Negri ci scrive per riprendere il discorso e chiarire la sua posizione.

Di seguito, la sua lettera.

"Gentile Help Consumatori, vi ringrazio per avermi dato spazio nell’intervista pubblicata in data 12/5 dal titolo ALIMENTAZIONE. Cibi industriali, alleati o nemici di mamme senza tempo? Vi chiedo tuttavia la disponibilità ad ospitare alcuni miei ulteriori commenti, in risposta alle affermazioni riportate nello stesso pezzo dal Prof. Vania, la cui intervista viene pubblicata dopo la mia.

Credo che l’intervento del professor Vania offra un esempiodi quello che intendo io per nutrizionismo, nel senso di ridurre ad un ambito solo scientifico una pratica con tanti risvolti (affettivo, culturale, sociale…) come quello quella di mangiare o dar da mangiare ai propri familiari, inclusi i bambini. Questo approccio porta a dare prescrizioni precise, come se si trattasse di una ricetta medica. Ciò, a mio parere non solo non è possibile e attuabile nella pratica della vita familiare – mi permetto di aggiungere per fortuna – ma può addirittura creare un conflitto tra il bambino e l’adulto, il cui compito è solo quello di offrire cibi salutari, vari, normalmente presenti nella tavola, senza imporre alimenti in precise quantità stabilite in tabelle per tutti uguali.

Ribadisco che, a mio avviso, una maggiore attenzione dovrebbe essere rivolta all’alimentazione della famiglia più che del lattante e del bambino. Se la madre allatta a richiesta per tutto il primo anno di vita (ma anche se il bambino è alimentato con formula) si possono offrire ai bambini dal VI mese di vita i normali cibi della famiglia, purchè questi siano considerati sani per gli adulti della stessa. Se non lo sono, il consiglio del pediatra dovrebbe essere indirizzato a modificare la dieta degli adulti, visto che prima o dopo il bambino vi si dovrà adeguare. E non è necessario fissare le porzioni; ogni bambino saprà autoregolarsi, come faceva col latte materno, e anzi, nella mia esperienza, il fornire indicazioni precise sulle porzioni può creare aspettative errate nelle madri e trasformare i pasti in momenti di conflitto e stress. Io credo quindi che i genitori e i bambini meritino più fiducia sul fatto che possono autoregolarsi. Forse, al contrario, è proprio la "porzione" del cibo industriale a portare i genitori a cercare di "fare finire" quello che c’è nel barattolino.

Il prof Vania con la sua intervista mette l’accento su un altro aspetto usato dalle ditte per spingere i genitori all’uso di prodotti industriali, oltre alla praticità a cui facevo riferimento io: la sicurezza. Effettivamente, oggi i genitori hanno un grande bisogno di sicurezza, in un mondo inquinato e pieno di esempi quotidiani di sofisticazioni di cibo, episodi di contaminazione, terrore per tutto quanto non è sterile, pulito, disinfettato.

Ma siamo sicuri che questa sicurezza venga proprio dai cibi industriali, anche per quanto riguarda le sostanze inquinanti? Io, non da professoressa ma da madre, ho dei seri dubbi, anzi ritengo che, in un bilancio totale di pro e contro, i cibi industriali per l’infanzia siano in generale meno sicuri rispetto a quelli freschi, perchè spesso non conosciamo la provenienza degli ingredienti e non mi risulta che ci siano davvero tutti questi controlli frequenti effettuati da organi indipendenti dal produttore. Per quanto attiene al biologico, è vero, è caro, ma se si fa un paragone quantità/prezzo è sempre più economico rispetto ai cibi industriali, che peraltro a causa dei processi di produzione, confezionamento, trasporto, smaltimento dei rifiuti contribuiscono proprio ad un maggiore inquinamento del mondo in cui questi bambini dovranno vivere. Un cibo locale, anche se non bio, può dare modo alla madre di rispettare la stagionalità e magari conoscere chi e come lo produce. A mio avviso, quindi, senza demonizzare un uso sporadico dei preparati industriali per l’infanzia, questi sono inferiori sotto ogni punto di vista al prodotto fresco, sono costosi, inutili (il loro bisogno è creato soltanto dalle campagne pubblicitarie), contribuiscono ad inquinare e allo spreco di risorse alimentari e di acqua. Questo non vuol dire che le madri non si debbano sentire libere di usarli, ma che dovrebbero avere informazioni complete ed indipendenti da interessi commerciali, e tenere presente tutti gli aspetti che ho citato ogni volta che vanno a fare la spesa al supermercato.

Cordiali saluti

Paola Negri, consulente professionale allattamento IBCLC, educatrice perinatale

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