ALIMENTAZIONE Festival Vegetariano, HC intervista Mario Tozzi

"Se i cittadini statunitensi decidessero di rinunciare alla fettina per un solo giorno a settimana il loro impatto positivo sarebbe pari alla rinuncia all’auto di tutta la Gran Bretagna per un giorno". Così Mario Tozzi, in una intervista a Help Consumatori in occasione del Festival Vegetariano che si è svolto ieri a Gorizia, ci spiega come anche un piccolo cambiamento nel proprio stile di vita alimentare possa fare la differenza. Il noto giornalista ambientale e conduttore televisivo è stato il protagonista del forum di discussione tra medici e giornalisti sul vegetarismo nel corso del Festival: Tozzi, che è vegetariano, ha parlato dell’impatto ambientale dovuto al consumo della carne. Il tutto presentato dal giornalista Stefano Momentè, fondatore e presidente dell’associazione VeganItalia e autore del libro "Né di carne né di pesce. Manuale del perfetto vegetariano".

Non mancano gli studi che diffondono dati su quanti gas serra derivano dagli allevamenti. Per saperne di più abbiamo chiesto al giornalista quale è il ciclo che fa produrre a 1 chilo di carne di agnello ben 39 chili di CO2 (fonte: Environmental Working Group )

Dobbiamo tenere conto di tutte le emissioni legate al processo di produzione considerando l’animale come una merce. In senso storico i primi calcoli riguardano l’analisi in termini di produzione di CO2 della coltivazione dell’erba o dei cereali necessari per l’allevamento e la movimentazione di macchine che ne deriva. La prima voce riguarda quindi l’alimentazione del bestiame. Segue il trasporto degli animali dai pascoli ai mattatoi agli stabilimenti dove il prodotto viene confezionato. In più l’allevamento intensivo, e in parte quello più libero, produce gas serra (non solo anidride carbonica, ma che si trasformano in essa) prodotti dagli stessi erbivori e ruminanti nel corso della loro vita . Infine, se la carne che mangiamo è stata prodotta dall’altra parte del mondo dobbiamo considerare anche un ulteriore costo di trasporto.

Il problema non riguarda solo gli allevamenti ma anche la pesca. Sempre di più si parla anche di sovra sfruttamento degli stock di pesce. Il consumatore però, ha un grande potere nel suo atto di consumare: il potere di scelta. Secondo lei i consumatori hanno compreso l’entità dell’impatto ambientale delle proprie scelte alimentari? C’è abbastanza informazione?

Sia per quanto riguarda i prodotti alimentari, che altre categorie come l’abbigliamento, è necessaria un’etichettatura che informi i cittadini in merito alla quantità di acqua e anidride carbonica impegnate nel ciclo produttivo del prodotto stesso. Attualmente, per il consumatore è difficile informarsi sull’impronta ecologica di ciò che acquista. I più scaltri sono in grado di scoprire queste informazioni su internet tramite le tabelle di riconversione, che calcolano la quantità di CO2 prodotta da un bene e cosa fare per compensarla. A parte questo canale rimane ben poco ai cittadini.

Nei giorni scorsi i ricercatori di Harvard hanno pubblicato una ricerca secondo cui il consumo giornaliero di almeno 50 gr di carne rossa aumenterebbe del 51% il rischio di contrarre il diabete. Ne scaturisce la proposta al governo statunitense di lavorare su delle linee guida nutrizionali dove ci sia una distinzione tra proteine più o meno dannose. In Italia sarebbe possibile un cambiamento del genere?

In Italia non esiste un riferimento nutrizionale in questo senso e purtroppo manca anche la volontà di ascoltare risultati scientifici di questo tipo. I cittadini italiani sono scarsamente informati e alfabetizzati su questo fronte: difficilmente si rilevano cambiamenti sui livelli di consumo di carne nonostante i richiami legati al rischio obesità, ancor più difficile se alla base ci dovesse essere una scelta ecologica. Inoltre nel nostro Paese vi è una mistificazione in atto dal punto di vista comunicativo: si tende ad accreditare gli allevamenti italiani come quelli meno intensivi e quindi con un impatto ambientale minore. In realtà l’impatto dal punto di vista della salute rimane lo stesso e anche dal punto di vista ambientale non mancano i controsensi. Basti pensare a tutti gli allevamenti industriali di polli e maiali presenti in Italia.

Quanto l’essere vegetariani può concretamente determinare una diminuzione dell’impronta ecologica del nostro stile alimentare?

La scelta vegetariana spesso è una scelta di coerenza. Basti pensare a tutti gli italiani contrari alla caccia ma che non esitano a consumare carne. In secondo luogo, vi sono dei vantaggi dal punto di vista della propria salute. La tossicità delle proteine animali assunte direttamente come carne è stata dimostrata più volte. Anche il portafogli ci guadagna. Seppur molti prodotti bio o biodinamici possono avere dei prezzi più alti rispetto ai convenzionali, se confrontati con quelli della carne vi è una differenza al ribasso. Infine, si tratta di una scelta che ci consente di non lasciare il pianeta nelle attuali deprecabili condizioni. E’ stato più volte di mostrato che il metano prodotto dagli allevamenti nel monto rappresenta la prima fonte di produzione di gas serra sulla terra, ancor più della autovetture.

A cura di Silvia Biasotto

 

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