ALIMENTAZIONE La crisi cambia i consumi

"La grande recessione iniziata nel 2008 è stata la peggiore crisi economica dal 1929. Misurata a prezzi costanti , tra il 2007 e il 2009, vi è stata una diminuzione dei consumi del 2,6%." Lo ha detto Alberto Pozzolo, dell’Università del Molise e "Gruppo 2013 Politiche europee, sviluppo territoriale, mercati", l’organizzazione che ha organizzato oggi a Roma "I consumi alimentari: evoluzione strutturale, nuove tendenze, risposte alla crisi" per discutere l’evoluzione dei consumi alimentari in Italia, in riferimento al contesto globale e agli effetti che la risposta alla crisi economica da parte dei consumatori sta producendo sugli andamenti strutturali di lungo periodo e sulle nuove tendenze manifestatesi negli anni più recenti.

L’evento è stata l’occasione per analizzare la crisi e anche avviare ipotesi di scenari futuri e di soluzioni. Ciò che è emerso è una crisi sui generis, diversa sotto molteplici aspetti dalle precedenti fasi cicliche di recessione ma anche con una forte impronta di incertezza futura.

Donato Roma, dell’Università di Firenze e membro del Gruppo ha spiegato l’evoluzione strutturale dei consumi alimentari in Italia senza tralasciare interessanti confronti con il passato e con gli altri paesi. "Se si effettua un confronto con i due grandi episodi di contrazione dei consumi nel passato (primi anni Novanta e ’07-2011)- ha detto – la differenza fondamentale sta nel fatto che attualmente la ripresa dei consumi è più lenta che in passato. Da un confronto con i partner europei dagli anni Settanta c’è stata una caduta della quota alimentare ma un aumento dei consumi nel comparto dei trasporti e delle abitazioni".

A livello territoriale interno invece arriva una vera e propria sentenza: "Il Sud e le Isole sono state invece l’epicentro della crisi con un calo dei consumi, tra il 2007 e il 2010, del 2% per gli alimentari e del 5% per i non alimentari". Della stessa opinione Pozzolo che conferma come !la riduzione dei consumi sia stata soprattutto al Sud. In particolare, in Basilicata, Calabria e Sicilia."

Nel mirino della crisi, quindi, c’è il Mezzogiorno e in generale le fasce più povere della popolazione. Le famiglie, soprattutto se con figli. Il risultato non è solo la contrazione della spesa interna, ma anche una modifica delle abitudini alimentari. Si mangia meno pesce, si ricorre a canali di vendita più economici (come gli hard discount) ma non si perde di vista la qualità e il legame con il territorio. Come ha ipotizzato Pozzolo "i consumatori colgono le opportunità di risparmio sian nella tipologia dei prodotti che dei luoghi di acquisto. Ci sono poi i canali innovativi come la vendita diretta: tra il 2007 e il 2009 il canale è cresciuto del 20% Non emerge chiaramente se la scelta sia stata determinata dalla convenienza economica o per un maggior bisogno di qualità. Ciò che è certo è che la vendita diretta avviene principalmente (68,9%) nell’azienda stesso piuttosto che con i farmers market, che comunque si stanno diffondendo in Italia".

La spesa alimentare offre quindi maggiori opportunità di risparmio rispetto ad altri comparti merceologici. D’altra parte, ricorda Pozzolo "si tratta di un settore dove vi è maggiore trasparenza di prezzo, una ampia gamma di prodotte, una minore valenza degli status symbol e forte concorrenza".

Ma se i consumatori si difendono così, cosa si dovrebbe invece fare dall’alto per rilanciare i consumi e uscire dalla crisi? "Guardando al futuro – ha concluso Donato – se il consumo continuerà a ristagnare sarà necessario farlo ripartire con una riforma delle regole dell’economia e della spesa pubblica. E’ inoltre essenziale un focus sui giovani, con una riforma del mercato del lavoro e investimenti in capitale umano".

 

A cura di Silvia Biasotto
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