ALIMENTAZIONE Pollo al “cloro” made in Usa? Coldiretti e Cia dicono no

La Commissione Europea ha deciso di impegnarsi a proporre entro giugno un cambio nella legislazione comunitaria per permettere sia l’importazione che la produzione nei Paesi membri di carne di pollo ‘lavata con varechina’. "L’arrivo del pollo al cloro va fermato". Così Coldiretti sulle dichiarazioni congiunte formulate al termine del secondo incontro del Consiglio Economico Transatlantico (Tec) tra Unione Europea e Stati Uniti, nel quale la Commissione si è impegnata a trovare una soluzione su questo punto con gli Stati Membri ed il Parlamento Ue prima del prossimo incontro del Tec previsto nell’autunno 2008. Anche La Confederazione italiana agricoltori giudica "molto grave" e dannosa per produttori e consumatori la possibile apertura.

La proposta della Commissione prevede sia la possibilità di importare dagli Usa che di produrre in Europa polli trattati con bagni di antimicrobici (prodotti a base di ipoclorito di sodio – comunemente chiamata varechina) che sollevano molte perplessità sia per quanto riguarda possibili reazioni chimiche, variazioni del gusto, effetti tossici in caso di ingestione dei residui di queste sostanze, così come il rischio di insorgenza di ceppi di batteri resistenti.

"La Commissione Europea – ha sottolineato Coldiretti– non può ignorare il parere della maggioranza degli Stati membri che esprimono contrarietà rispetto ad un via libera preoccupante per i rischi per la salute, per l’ambiente e la fiducia dei consumatori. L’Italia, che è autosufficiente nella produzione di polli, – sottolinea la Coldiretti – non ha alcun interesse a promuovere sistemi di lavorazione che riducono le garanzie in un settore che ha già pesantemente sperimentato gli effetti delle emergenze sanitarie, con la crisi dell’influenza aviaria".

"Preoccupazione" per la decisione europea è stata espressa anche dalla Cia che ha commentato come "ancora una volta gli accordi commerciali con il colosso americano vanno contro gli interessi dei consumatori", un business che la Confederazione stima in un valore di 200 milioni.

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