AMBIENTE. Cina, a rischio il divieto del commercio di tigre. Allarme del WWF

Le lobbies affaristiche cinesi premono affinchè il governo nazionale annulli il divieto del commercio di tigre del 1993. Lo denuncia il report del WWF/TRAFFIC, il network internazionale creato da WWF e IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) per il monitoraggio del commercio di natura. La revoca del provvedimento consentirebbe il libero mercato delle parti di esemplari allevati in cattività, per l'impiego nella medicina tradizionale e nel confezionamento di abiti. "Annullare o facilitare l'attuale divieto di commercio della tigre in Cina – denuncia il report – significherebbe la condanna di tutte le specie feline in pericolo".

 

Attualmente sul pianeta vivono meno di 7.000 tigri in natura, mentre sono circa 9.000 quelle in cattività, la maggior parte negli Stati Uniti e in Cina. "Il divieto – sottolinea il rapporto – è stato essenziale per evitare l'estinzione della tigre, frenando la domanda del più grande consumatore al mondo di parti di tigre. In conformità con le risoluzioni della CITES (Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatica in pericolo), il divieto ha praticamente eliminato il mercato nazionale per i prodotti di tigre nelle medicine tradizionali". "La tigre sopravvive oggi – commenta Steven Broad, direttore esecutivo di TRAFFIC – soprattutto grazie alla ferma azione della Cina. Revocare il divieto e consentire il commercio di prodotti di tigri allevate in cattività significherebbe aver sprecato tutti gli sforzi della Cina per la salvaguardia delle tigri selvatiche. Sarebbe una vera catastrofe per la conservazione della specie".

 

Il divieto sulla commercializzazione della tigre in Cina ha prodotto significativi effetti per la salvaguardia dell'animale, grazie a campagne di educazione pubblica, alla promozione di prodotti medicinali alternativi a quelli ottenuti con parti di tigre, ed a pene severe per chi infrangeva la legge. "Sondaggi clandestini effettuati da Traffic – afferma il WWF – hanno rilevato la scarsità di ossa di tigre in Cina. Meno del 3% dei 663 negozi di medicina e dei fornitori sostenevano di possederle, e la maggioranza era consapevole che le tigri erano protette e che il loro commercio fosse illegale".

 

Nonostante ciò occorre ancora fare molto. Un sondaggio di Traffic ha riscontrato 17 casi di vino che impiega ossa di tigre (vengono utilizzate come aromatizzanti) in vendita sui siti cinesi di aste, con un venditore che ne offriva 5.000 bottiglie. Cresce inoltre la domanda di pelli di grandi felini come abiti "status symbol", soprattutto nella regione autonoma cinese del Tibet, con circa il 3 % degli abitanti delle grandi città che sostengono di possedere indumenti di tigre o di leopardo, anche se sono a conoscenza della loro illegalità.

 

I sostenitori delle "fattorie della tigre" per l'allevamento in cattività su larga scala fanno pressione per la legalizzazione dei prodotti provenienti da queste strutture, che attualmente ospitano 4.000 tigri. "Consentire la ripresa del commercio di parti della tigre, pur sapendo che sono cresciute in cattività, porterebbe inevitabilmente ad un aumento della richiesta di tali prodotti", spiega Susan Lieberman, direttrice del Programma Specie del WWF. "Un mercato legale in Cina darebbe ai bracconieri di tutta l'Asia una possibilità di 'riciclare' le tigri uccise nelle zone selvagge, dato che i prodotti di tigri selvatiche e allevate non possono essere distinti sul mercato".

 

WWF e TRAFFIC chiedono al Governo cinese di mantenere il divieto del commercio su scala nazionale, rafforzando gli impegni per l'entrata in vigore di una legge contro il commercio illegale di tigri e di altri grandi felini asiatici (soprattutto delle pelli), di imporre una moratoria sull'allevamento delle tigri, di distruggere gli stock di carcasse di felini e di aumentare la consapevolezza del pubblico sul divieto attuale di commercio.

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