AMBIENTE. Dati Istat sulle spese ambientali delle industrie. Commento di Legambiente

Nel 2006 le imprese italiane hanno speso 1,986 miliardi di euro per gli investimenti ambientali, il 4,2% in più rispetto all’anno precedente. Sono state le aziende con più di 250 dipendenti a realizzare quasi l’84% degli investimenti, mentre quelle più piccole hanno speso il 17,4% in meno rispetto al 2005. Un dato eclatante, tra quelli diffusi oggi dall’Istat sugli investimenti per la protezione dell’ambiente, è il significativo calo della spesa per la protezione dell’aria e del clima (32,5% contro il 36,6% del 2005).

Aumentano le spese per la protezione e risanamento del suolo e delle acque; per l’abbattimento del rumore e delle vibrazioni; per la protezione della biodiversità e del paesaggio; per la protezione dalle radiazioni. Un 17% degli investimenti è destinato ad impianti ed attrezzature per la gestione delle acque reflue, ed il restante 9,1% alla gestione dei rifiuti del 9,1%.

I dati sui diversi investimenti realizzati dai diversi settori di attività economica, riflettono il tipo di inquinamento ambientale che le imprese generano in relazione alle caratteristiche specifiche dei propri prodotti e dei relativi processi produttivi. Nel 2006, le industrie del legno e dei prodotti di legno e della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo hanno dato maggiore attenzione al settore aria e clima, che assorbe rispettivamente il 68,5 ed il 51,5% dei propri investimenti ambientali.

Le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco hanno registrato una maggiore quota degli investimenti ambientali realizzati nella gestione delle acque reflue (50,3%) mentre le altre industrie manifatturiere e quelle conciarie hanno mostrato un impegno prevalente nella gestione dei rifiuti (rispettivamente 51,3 e 49,0%).

Infine, nelle industrie della fabbricazione di coke, raffinerie di petrolio, trattamento combustibili nucleari si evidenzia una quota rilevante di spesa ( 75,5% degli investimenti ambientali) nelle attività di protezione dell’ambiente che raggruppano la protezione e recupero del suolo e delle acque di falda e di superficie, nella protezione del paesaggio e della biodiversità, nella protezione dalle radiazioni e nelle attività di ricerca e sviluppo finalizzate alla protezione dell’ambiente.

"Tra le sostanze dannose per l’ambiente e la salute emesse dalle attività produttive, ci sono anche i micro inquinanti. Lo ricorda Legambiente nel commentare i dati diffusi dall’Istat. "Quello che molti non sanno e che sembra incomprensibilmente scomparso sui media – commenta Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – è che l’aria che si respira in alcune aree del nostro Paese non è inquinata solo dai classici inquinanti (l’ozono e gli ossidi di azoto e di zolfo), ma anche da composti chimici tossici, e in alcuni casi cancerogeni emessi dalle industrie. E’ il caso delle diossine e dei furani, dei policlorobifenili (Pcb), di metalli pesanti come il mercurio o il cadmio, tutte sostanze che continuano a rendere insalubre l’aria che tanti italiani sono costretti a respirare".

Secondo l’elaborazione di dati Ispra (ex Apat) contenuta nel dossier Mal’Aria industriale di Legambiente, nel 2006 l’industria ha emesso il 95% del totale dell’arsenico scaricato in atmosfera da tutte le fonti, il 90% del cromo, l’87% dei Pcb, l’83% del piombo, il 75% del mercurio, il 72% di diossine e furani, il 61% di cadmio.

"Ecco perché, per tutti gli impianti industriali Legambiente chiede al Ministro dell’Ambiente di scongiurare l’ipotesi di una nuova proroga ai termini previsti per la concessione dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) agli impianti soggetti alla normativa sull’Ippc (Integrated pollution prevention and control) che deve essere rilasciata entro il 31 marzo prossimo. Chiede inoltre che le Aia prevedano tempi certi e serrati per l’ammodernamento degli impianti, Ilva di Taranto in primis, e per la riduzione dell’impatto ambientale".

 

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