AMBIENTE. In Italia 10 mila cave abbandonate e una legge che risale al 1927

Dieci mila cave abbandonate, 5725 in funzione e un decreto regio del 1927 che ne regola la gestione. Tariffe di concessione bassissime o addirittura inesistenti (nel Meridione) a fronte di un giro di affari di circa 5 miliardi di euro l’anno per il solo settore degli inerti. Questa la fotografia a tinte scure scattata da Legambiente in un dossier presentato questa mattina a Ferrara sulla situazione delle cave in Italia. Lo rende noto Legambiente in un comunicato.

Secondo il Rapporto, l’estrazione di inerti e la produzione di cemento in Italia sono in costante aumento. Le cave attive sono 5.725 mentre quelle dismesse, nelle Regioni in cui si è fatto un monitoraggio, sono 7.774. Considerando anche le 9 Regioni di cui non sono disponibili i dati, l’associazione stima che vi siano circa 10 mila cave dismesse nel nostro Paese.

La Puglia è la Regione che totalizza il maggior numero di cave attive con una presenza di 617 cave Seguono Veneto (594), Sicilia (580), Lombardia (494), Sardegna (397), Piemonte (332) e Lazio (318). Tra quelle dismesse, spicca invece la Lombardia, con 2.543 aree abbandonate. "Impressionante" anche il numero nelle Marche (1.041) e quello della Sardegna (860).

La denuncia di Legambiente si rivolge soprattutto al sistema. L’associazione ha infatti ricordato che la normativa nazionale di riferimento è ancora un Regio Decreto del 1927, un testo che rispecchia l’idea di un settore da sviluppare, sfruttando le risorse del suolo e sottosuolo al di fuori di qualsiasi considerazione territoriale, ambientale o paesaggistica.

Le regole per l’attività estrattiva dovrebbero essere dettate dalle Regioni, a cui sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977. In Calbria, ad esempio, . In Calabria non esiste una legge, né un piano, il potere di autorizzazione è stato trasferito ai Comuni e in Regione non conoscono nemmeno il numero delle centinaia di cave, moltissime illegali, aperte nel territorio. Si tratta per Legambiente di una situazione di "grave emergenza".

Altra anomalia messa in evidenza dal dossier riguarda le tariffe di concessione. A fronte di guadagni miliardari per il settore, i canoni che si pagano alle Regioni sono bassissimi, in media di pochi centesimi di euro. Per sabbia e ghiaia si va, per esempio, dai 0,10 euro a metrocubo pagati in Campania ai 3,33 Del Friuli. Ma in Sicilia, Sardegna, Puglia e Basilicata cavare è, addirittura, un’attività gratuita. Un dato che Legambiente ha definito "stupefacente", considerati i danni arrecati all’ambiente e i guadagni del settore, che muove un giro d’affari di circa 5 miliardi di euro l’anno solo per gli inerti.

Nel 2006 sono state consumate quasi 47 milioni di tonnellate di cemento, per una media di 813 chili per ogni cittadino a fronte di una media europea di 625. Tra i grandi Paesi europei, solo la Spagna presenta una situazione peggiore della nostra. Tra il 1999 e il 2006 in Germania e Regno Unito il consumo di cemento diminuisce.

"Ridurre il prelievo di cava – ha spiegato il responsabile del settore urbanistica di Legambiente, Edoardo Zanchini – si può, come dimostrano le esperienze di altri Paesi europeiLe quantità più rilevanti di materiali estratti ogni anno in Italia sono utilizzati per l’edilizia e le infrastrutture: quasi il 60% di quanto viene cavato sono inerti, principalmente ghiaia e sabbia e altri materiali per il cemento. Occorre ridurre il prelievo di materiali dal suolo grazie al riciclo degli inerti e rivedere profondamente i canoni di concessione. In molti Paesi europei il riciclo di inerti ha già superato il 90%; l’Italia è solo al 10% ma grazie a macchinari e centri di riciclo più grandi e organizzati può fare un salto di qualità a standard europei".

Infine, l’associazione ambientalista ha sottolineato la necessità di "definire al più presto un nuovo quadro normativo, ridurre il consumo di inerti di cava nell’industria delle costruzioni, rafforzare controllo e tutela del territorio e spingere l’innovazione del settore sono gli obiettivi prioritari.

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