AMBIENTE. Legambiente al Parlamento: “Delitti ambientali nel codice penale”

Il businnes dell’ecomafia dal 1994 ad oggi ammonta a quasi 180 miliardi di euro e i clan criminali coinvolti nell’illegalità ambientale sono 202. Numeri da capogiro ma che da soli non sono bastati a far comprendere l’urgenza di inserire i delitti ambientali nel codice penale. A rilevarlo è Legambiente che spiega: "Sin dal 1994 chiediamo al Parlamento l’introduzione nel codice penale dei delitti contro l’ambiente ma per vedere delle vere e proprie proposte di legge, per affrontare a muso duro i criminali ambientali, bisognerà aspettare fino al 1997".
"Dopo dodici anni di attesa e di ingiustizia il tempo è scaduto. – ha dichiarato Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente – L’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel nostro Codice penale è una priorità, anzi la priorità per il nostro ordinamento giuridico. Un segnale di grande valore che questo Parlamento può trasmettere al Paese".

Fino ad oggi – si legge dalla nota – infatti ogni proposta di legge è sistematicamente naufragata nel mare magnum delle iniziative parlamentari in attesa di discussione.Di questo si è discusso a Roma nel corso del convegno promosso dall’associazione "La tutela dell’ambiente: una riforma di civiltà" che ha visto la partecipazione tra gli altri, di Alfonso Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente; Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati; Paolo Russo, vice presidente della commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, già presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti; Pino Pisicchio, presidente della commissione Giustizia della Camera dei Deputati.

Insieme a loro numerosi gli esperti, tra i quali Enrico Fontana, responsabile osservatorio nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente; Sergio Cannavò, coordinatore del centro di azione giuridica di Legambiente; Donato Ceglie, Sostituto Procuratore della Procura di Santa Maria Capua Vetere, coordinatore Osservatorio nazionale sui crimini ambientali del Ministero dell’Ambiente; Roberto Pennisi, Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia; Marco Marchetti, ricercatore Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

"Dalla scarsa tutela normativa dell’ambiente – continua Della Seta – scaturiscono infinite storie di giustizia negata, di impunità diffusa per chi ha rubato pezzi di territorio e disseminato brutture e degrado in ogni dove. Una riforma essenziale è quello che più urge per garantire un’effettiva tutela degli ecosistemi e della salute dei cittadini e per riportare la nostra legislazione agli standard europei in materia di tutela giuridica dell’ambiente. Si tratta insomma di fare ciò che paesi come Spagna e Germania hanno già fatto da tempo".

In sostanza, oggi, ad esclusione dell’ex art. 53 bis del Decreto Ronchi (oggi art. 260 del nuovo Codice ambientale 152/06) che ha introdotto il delitto di "organizzazione di traffico illecito di rifiuti", ci si affida a un debolissimo apparato legislativo. Ad esempio, nel caso di "distruzione o deturpamento di bellezze naturali" compiuto mediante costruzioni, demolizioni, o in qualsiasi altro modo, la punizione prevista dall’art. 734 c.p. è l’ammenda da 1.032 a 6.197 euro: solo qualche spicciolo per la distruzione del nostro patrimonio ambientale. Così come non è previsto il reato specifico di cava abusiva, che ha fatto scomparire intere montagne, o di furto di opere d’arte e reperti archeologici (più di 46 mila furti negli ultimi trentacinque anni).

Eppure negli ultimi 12 anni, conclude Legambiente, le violazioni alle normative ambientali accertate dalle forze dell’ordine sono state ben 321.034, altrettanto alto il numero delle persone denunciate e arrestate, 215.679 e i sequestri 68.067. I clan criminali coinvolti nell’illegalità ambientale sono 202, coprendo l’intero territorio nazionale. Il 41% delle infrazioni accertate dal 1994 ad oggi si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa: Sicilia, Calabria, Puglia e Campania. Il dato afferma, senza ombra di dubbio, l’importanza del ruolo giocato nell’illegalità ambientale dalle organizzazioni criminali mafiose. Queste, hanno trovato soprattutto nel ciclo dei rifiuti e del cemento una nuova e formidabile occasione di accumulazione di capitali, di riciclaggio e di controllo capillare del territorio.

I numeri: dal ciclo dei rifiuti il grande business delle organizzazioni criminali. Fino ad oggi sono 25.967 le infrazioni nel ciclo dei rifiuti accertate dalle Forze dell’ordine mentre i sequestri ammontano a 7.613. In questo "settore" ben il 38% delle illegalità si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa. Altrettanto fruttuoso sembrerebbe essere il business che ruota intorno al cemento illegale visto che nello stesso arco di tempo (gli ultimi 12 anni) le forze dell’ordine hanno accertato 70.150 infrazioni relative al ciclo del cemento, mentre i sequestri sono stati ben 9.251. Un ciclo, questo, che inizia con lo sfruttamento di cave abusive e il saccheggio di fiumi, torrenti, laghi per accaparrarsi il materiale necessario per la produzione del calcestruzzo, e finisce con la costruzione di immobili abusivi e con l’infiltrazione negli appalti pubblici. Così come accade per il ciclo dei rifiuti, il 44% di questi reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa, che guidano la classifica nazionale per questo tipo di illeciti.

E’ assente nella nostra legislazione il reato specifico di furto di opere d’arte. Infatti il furto dal sottosuolo è punito come furto semplice, mentre lo scavo clandestino è sanzionato come una banale contravvenzione; subentra l’aggravante esclusivamente in caso di scavo autorizzato.Ogni anno scompaiono da musei, chiese, collezioni private o di enti pubblici e privati migliaia di oggetti, dalle armi artistiche ai quadri, dalle monete agli orologi, dagli oggetti chiesastici ai reperti archeologici. Dal 1970 al 2005, il Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale ha documentato 46.078 furti d’arte, 646.116 oggetti asportati e trafugati, 16.848 persone indagate e 4.171 arrestate. Secondo il Comando dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, il danno arrecato ogni anno al nostro Paese con i furti d’arte ammonta a circa 155 milioni di euro. Ovviamente, queste cifre si moltiplicano nel giro del mercato clandestino, specie se le destinazioni finali sono oltre oceano.

"Un atto dovuto – ha aggiunto Enrico Fontana, responsabile osservatorio nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente – per tutti quei cittadini che subiscono le conseguenze dei fenomeni di criminalità ambientale, per l’autorità giudiziaria e le forze dell’ordine impegnate nella persecuzione di reati gravi, pur non avendo gli strumenti adeguati per farlo; per tutte quelle imprese che investono nella qualità dei processi produttivi, nell’innovazione tecnologica, nel rispetto dell’ambiente e della legalità, costrette a fronteggiare una concorrenza sleale e impunita".

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