AMBIENTE. Legambiente, desertificazione sempre più allarmante

Legambiente rilancia l’allarme desertificazione in occasione della Settimana mondiale dell’acqua di Stoccolma che si conclude domani, 26 agosto. Sono 135 milioni le persone che rischiano l’esodo forzato dai luoghi in cui abitano per cause ambientali e 3,4 miliardi, circa la metà della popolazione mondiale, quelli che abitano zone esposte ad almeno un rischio ambientale dall’impatto rilevante, tra siccità, inondazioni, frane, cicloni, eruzioni vulcaniche, terremoti. E la situazione è destinata a peggiorare, visto che i continenti perdono ogni cinque anni 24 miliardi di tonnellate di superficie fertile, e che 50mila grandi dighe, che forniscono il 20% dell’elettricità globale e il 10% della produzione mondiale di cibo e di fibre, bloccano il 60% dei grandi sistemi fluviali nel mondo.

Secondo le Nazioni Unite la desertificazione è l’emergenza ambientale più grave degli ultimi decenni. Le regioni aride e semi-aride del pianeta rappresentano quasi il 40% della superficie terrestre e ospitano circa 2 miliardi di persone. Le perdite economiche globali dovute alla desertificazione ammontano a circa 42 miliardi di dollari annui. Secondo l’UNEP, a causa dell’espansione dei deserti, in Africa sono sfollate più di 10 milioni di persone negli ultimi 20 anni. La povertà impedisce a queste popolazioni di dotarsi di strumenti tali da poter migliorare lo sfruttamento del terreno e indebolisce la loro resistenza sociale ed ecologica, tanto più che non hanno la capacità o la possibilità di investire nella gestione delle risorse naturali, sono quindi costrette a muoversi per cercare ambienti più ospitali. Fenomeno destinato ad aggravarsi, a causa dell’intensificarsi dei fenomeni meteorologici estremi, conseguenza delle pressioni sull’ambiente.

Tanto più grave, risulta in questo contesto la costruzione di 49.697 grandi dighe (quelle alte almeno 15 metri) nel mondo che, per ottenere il 20% dell’elettricità globale e il 10% della produzione mondiale di cibo e fibre, bloccano il 60% dei grandi sistemi fluviali nel mondo, con costi sociali e ambientali devastanti. La costruzione di nuove dighe ha costretto all’esodo forzato tra i 40 e gli 80 milioni di persone, di cui 35milioni solo in India. Praticamente una nazione più vasta dell’Italia è stata evacuata e distrutta. Secondo la Commissione mondiale sulle dighe l’impatto sociale ed economico più grave si è verificato a danno delle comunità più povere e dei settori più vulnerabili: il 70% degli sfollati appartiene a popolazioni indigene, per lo più a comunità contadine e minoranze etniche. In genere chi è costretto all’esodo forzato viene trasferito in aree con suoli poveri, lontano dalle acque e dalle risorse dei fiumi, e deve pagare gli alti costi delle pompe per l’irrigazione (come nei casi dello Zambesi e del Nilo).

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