AMBIENTE. Mare, a rischio estinzione specie ittiche commerciali. Allarme Greenpeace

Quasi tre quarti del pesce di interesse commerciale rischia l’estinzione e il 90% delle specie più pregiate (quali il merluzzo atlantico, il tonno e il pesce spada del Mediterraneo) è stato pescato. La denuncia viene da Greenpeace che nel report "In un mare di guai", individua le cause del fenomeno: dagli interessi economici delle flotte pescherecce all’uso di metodi distruttivi per l’habitat naturale. Nel mirino degli ambientalisti,. secondo cui serve subito una rete mondiale delle risorse marine, la pesca praticata con le spadare e la gestione del tonno rosso nel Mediterraneo. Testimonial della campagna dell’associazione l’attrice Romina Power.

La pratica delle spadare, nonostante il bando delle Nazioni Unite (1992) e dell’Unione Europea (2002), continua a provocare danni a molte specie marine, come capodogli, tartarughe, delfini e naturalmente pescispada. Si tratta di reti di oltre 20 Km, che alla fine degli anni ’90 hanno ucciso quasi 8mila cetacei all’anno. "Solo alcune settimane fa, – ha affermato Alessandro Giannì, responsabile della campagna Mare di Greenpeace – nel corso di una breve ricognizione tra Catania e Messina, a bordo di alcune imbarcazioni, abbiamo rilevato la presenza di spadare che sembrano di lunghezza illegale. Nella giornata di oggi, abbiamo inviato ai Ministeri competenti una lettera ufficiale per denunciare questa anomalia, offrendo piena collaborazione per mettere fine alle pratiche illegali che uccidono i nostri mari".

Drammatica la situazione del tonno rosso nel Mare Nostrum. "Oltre l’80% dello stock – accusa Greenpeace – è ormai perduto, ma gli Stati continuano ad assegnarsi quote legali doppie – circa 30.000 tonnellate – rispetto a quanto la ricerca scientifica indica per preservare questa risorsa. Questa pesca indiscriminata è causata anche dal boom dell’ingrasso del tonno. Dalle reti, i tonni passano all’interno di gabbie e vengono fatti ingrassare per qualche mese prima di essere venduti. In tutto il Mediterraneo gli "allevamenti" hanno una capacità che si avvicina alle 60.000 tonnellate, con una quota di pesca di 32.000 tonnellate. Per non parlare degli impatti sui siti dove si trovano gli allevamenti: gli escrementi dei tonni e il pesce (mangime) non mangiato possono causare acque torbide e maleodoranti, come successo recentemente in Italia (Castellammare del Golfo, Vibo Valentia, Corigliano Calabro, Marina di Camerota…), Turchia e Malta, con evidenti ripercussioni sul turismo".

Occorrono politiche razionali per lo sfruttamento delle risorse del mare. Gli ambientalisti chiedono non solo una pesca ecosostenibile, ma anche piani intelligenti per trasporti, turismo, estrazione di minerali o di idrocarburi. "Il mare – spiega Giannì – produce ossigeno. Più della metà di quello che respiriamo proviene da mari e oceani e assorbe anidride carbonica e altri gas serra come il metano, contribuendo a combattere il riscaldamento globale. È agli oceani che dobbiamo, probabilmente, il più importante contributo nel rallentare i cambiamenti climatici". In seguito alla decisione del Summit di Johannesburg nel 2002 di creare una rete mondiale di riserve marine, Greenpeace ha presentato lo scorso anno una proposta specifica per una rete di 32 riserve d’altura nelle acque internazionali del Mediterraneo, e chiede all’Ue il riconoscimento della stessa nella prossima Direttiva sulla Strategia Marina.

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