AMBIENTE. Sarno non insegna: il rischio idrogeologico è forte, gli interventi deboli

L’Italia a rischio idrogeologico non sa ancora come gestire alluvioni e frane. E a dieci anni dalla tragedia di Sarno – il 5 maggio 1998 oltre due milioni di metri cubi di fango scesero a valle alla velocità di dieci metri al secondo portando via 180 case, danneggiandone 450 e provocando 160 vittime – "sembra che quel disastro non abbia insegnato nulla su come gestire il rischio idrogeologico". È la constatazione cui giunge Legambiente che, in occasione del decennale, ha presentato un rapporto che parte da un interrogativo: "E se piovesse come allora?".

L’associazione ricorda come Sarno sia stato l’episodio più grave ma non l’unico: dal 1998 ad oggi i principali eventi alluvionali hanno coinvolto quasi tutte le regioni italiane causando, secondo le stime dell’Apat, oltre 100 vittime e 7,5 miliardi di euro di danni. Sfiora il 10% del territorio italiano il rischio idrogeologico: secondo i dati del Ministero dell’Ambiente aggiornati ad aprile 2006, infatti, il pericolo più elevato per alluvioni e frane riguarda quasi il 9,3% del territorio, pari a oltre 28 mila chilometri quadrati, fra il quali il 4,1% a rischio alluvioni e il 5,2% a rischio frane.

Fra il 1991 e il 2003, riepiloga il dossier, si sono verificati in Italia 1.121 fra frane (643) e alluvioni (478) che hanno arrecato danni: le regioni più colpite sono state Piemonte, Lombardia e Campania. In particolare, si sono contate 108 frane in Lombardia e 82 in Campania, 116 alluvioni in Piemonte e 78 in Lombardia. Secondo i dati Apat, inoltre, dalla tragedia di Sarno al 2006 i principali eventi di dissesto idrogeologico hanno causato 265 vittime e provocato danni economici per oltre 8 miliardi di euro.

Cosa rileva dunque il dossier di Legambiente? "Sarno, la Liguria, il Piemonte e la Valle d’Aosta, il Tevere, la Calabria e la Sardegna sono le tappe di questo viaggio e purtroppo la risposta è quasi sempre la stessa: il rischio in molti casi è aumentato e anche laddove si è ridotto la diminuzione non è stata consistente. Molto spesso gli unici interventi fatti sono stati quelli di cementificazione e artificializzazione dei corsi d’acqua e dei versanti con ingenti spese economiche e gravi conseguenze ambientali. Sono molto rari i casi in cui si è deciso di delocalizzare le strutture a rischio piuttosto che costruire degli argini per difenderle o di restituire spazio al corso d’acqua per poter esondare senza creare danni piuttosto che costringerlo in spazi sempre più ristretti".

Per l’associazione ambientalista una "nuova cultura dell’acqua e della terra" comprende l’applicazione di una politica attiva di "convivenza col rischio", l’adeguamento dei piani regolatori alle mappe del rischio (dunque delocalizzare edifici presenti nelle aree a rischio e non costruirvi strutture residenziali e produttive) e la promozione di interventi che restituiscano ai corsi d’acqua lo spazio per esondare in mondo controllato. Inoltre serve, aggiunge Legambiente, attenzione al reticolo di corsi d’acqua minori sui quali si avvertono le ripercussioni dei cambiamenti climatici e di gravi scempi urbanistici e il rafforzamento di controlli e monitoraggi per il ripristino della legalità. "Risulta sempre più urgente – conclude il dossier – assicurare al Paese il prima possibile un piano di riassetto idrogeologico con il quale affermare una nuova cultura del suolo e del suo utilizzo. Occorre però tenere ben presente che intervenire non vuol dire definire solo un elenco di opere da fare, ma più concretamente scegliere la sicurezza della collettività mettendo fine agli attuali usi speculativi e abusivi del territorio".

Denaro alla mano, secondo le stime del ministero dell’Ambiente per mettere in sicurezza l’Italia servirebbero circa 43 miliardi di euro. Ma, rileva Legambiente, dal 1956 al 2000 ne sono già stati spesi altrettanti e negli ultimi 10 anni sono stati stanziati circa 1,7 miliardi di euro solo per interventi urgenti.

PDF: Dossier Legambiente: "E se piovesse come allora? Il viaggio nell’Italia a rischio idrogeologico a dieci anni dalla tragedia di Sarno"

Comments are closed.