AMBIENTE. Torino, si conclude il Forum nazionale di educazione alla sostenibilità

Anche una maglietta "all cotton" nasconde le sue insidie: i candidi fiocchi naturali con cui è stata realizzata sono stati cresciuti a dismisura grazie a micidiali cocktail di centinaia di pesticidi, dispiegati tra l’altro in quantità massicce, un quarto del totale impiegato nell’agricoltura di tutto il mondo. L’inquietante spunto di riflessione sulle minacce rappresentate per il pianeta anche dai beni apparentemente più innocui è stato lanciato al Forum nazionale sull’educazione all’ambiente e alla sostenibilità, la "tre giorni" organizzata dal ministero dell’Ambiente al centro congressi del Lingotto di Torino, dal 4 al 6 giugno. L’attenzione non ha potuto che spostarsi dai prodotti, sulla cui qualità un sempre maggior numero di consumatori concentra il suo interesse, ai processi di lavorazione e trasformazione necessari al risultato. "Le relazioni logiche tra politiche ecologiche, sociali e produttive sono sempre più evidenti – conferma Cesare Damiano, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali – I principi di sviluppo sostenibile trovano nelle imprese i luoghi chiave per la loro applicazione e diffusione". Nell’obiettivo di promuovere in parallelo al profitto anche il benessere della collettività, l’industria deve farsi volano di conoscenze e abilità tecniche e professionali eco-compatibili. "Da questo punto di vista il contratto collettivo nazionale di recente siglato nell’industria chimica fa da apripista – riflette il ministro – Per la prima volta il testo fa riferimento diretto a problematiche come la bonifica dei siti produttivi, lo smaltimento delle scorie, il risparmio energetico e la formazione di competenze ad hoc". Se sostenibile è ciò che dura, allora tutta l’impostazione delle aziende è da cambiare. "Le risorse da preservare e rispettare diventano più importanti della corsa a sempre più ingenti fette di mercato. La loro equa e trasparente distribuzione si fa anzi fondamentale fattore di equilibrio sociale." Un punto di vista che tiene conto anche delle recenti dolorose vicende che hanno travolto certa finanza d’assalto italiana: "I troppo rapidi guadagni in molte occasioni si rivelano altrettanto velocemente distruttivi."

Troppi morti e incidenti nei cantieri
Vanno in questa direzione gli incentivi e i premi previsti dallo Stato nei confronti delle imprese che ampliano la propria forza lavoro. Ma nessuno si illude sull’immediatezza dei risultati. "I programmi sono comunque di medio e lungo periodo – avverte Damiano – E poi il nostro approccio non è sempre capito: incontra ostacoli sulla sua strada." Ne sono prova gli ancora troppo frequenti ingaggi "in nero" senza alcun contratto e la diffusa precarietà. "Alla luce di un’approfondita indagine nei cantieri edili del paese abbiamo stanato e sospeso 1100 aziende e individuato 11 mila irregolari, Ma si stima che tre milioni di lavoratori in Italia non possono contare su un contratto regolare." Persone e famiglie che vivono nella totale insicurezza economica e nella paura. "Gli incidenti sul lavoro sono più di un milione all’anno e ancora oggi il nostro paese detiene il triste primato di tre morti al giorno nei cantieri – punta il dito Claudio Falasca, sindacalista della Cgil – L’incolumità fisica, la salute dentro e fuori l’impresa devono diventare centrali nei programmi ecosostenibili, che diversamente non potranno davvero incidere nel cuore delle dinamiche aziendali."
Il mondo produttivo è chiamato a una svolta epocale, simile a quella che nei primi anni ’70 introdusse i collettivi e i processi partecipativi all’interno delle fabbriche. "Anche oggi come allora diventa indispensabile un patto di civiltà tra tutti i cosiddetti stakeholder, cioè tra i portatori di interessi attivi – osserva Giuseppe D’Ercole della Cisl – La salvaguardia del pianeta chiama a una mobilitazione corale." "E anche chi a vario titolo opera sul versante della produzione deve, giocoforza, cambiareprospettive – incalza Andrea Costi della Uil – Spostare lo sguardo dal fronte dell’offerta, considerata sino a qualche anno fa potenzialmente infinita, a quello della domanda, che invece impone limiti stringenti."

Industrie sempre più "verdi"
Le grandi holding paiono già attrezzate. La Fiat annuncia di qui a una manciata di anni la realizzazione di un’auto con materiali in fibre vegetali, riciclabili al 95 per cento, 85 per cento di componenti e 10 per cento di energia; alle Ipercoop già fin da ora si sperimenta la vendita dei detersivi "alla spina", con il primato, nella sola provincia di Torino, di 56 mila litri di prodotto venduto, 22 mila flaconi riutilizzati e un risparmio di 1306 chili di plastica e 729 di cartone. E in parallelo si modificano anche i messaggi pubblicitari sicuro indice della volontà di "ripulire" grazie a un "eco-label" l’immagine aziendale: Il Dash promette risultati impeccabili anche nei lavaggi "a freddo", mentre la Buitoni invita al recupero del pacco contenente gli spaghetti; quanto all’Eni si lancia in 24 consigli agli utenti volti a un sicuro risparmio di energia.
Più faticosa la strada delle imprese piccole e medie. "Il cambiamento impone oneri non sempre sopportabili con le sole nostre forze – ammonisce Diego Giovinazzo, segretario generale di Confimpresa – La buona volontà non basta. Occorre un programma efficace di aiuti all’innovazione tecnologica e alla formazione del personale a tutti i livelli."

La voglia di un nuovo Rinascimento
All’orizzonte si profila la sfida di una seconda rivoluzione industriale. "Diventa necessario un wellfare socio-economico – spiega Laura Marchetti, sottosegretario di Stato all’Ambiente e alla Tutela del territorio e del mare – Una serie di provvedimenti che non impongano nulla, ma che piuttosto convoglino gli incentivi su chi mostra di fare e di fare bene." Non a caso il Governo sta lavorando alla stesura partecipata di un piano di politica integrata dei prodotti necessari dalla culla alla tomba di un uomo e tutti a basso impatto ambientale. Recupero, restauro, risparmio, riciclo: si sintetizza in un acrostico di "4 R" il motto che informa l’azione concertata. "Puntiamo a un nuovo Rinascimento – argomenta Marchetti – Un movimento che a differenza del primo punti non tanto alle scoperte e invenzioni, quanto alla riscoperta dei nostri saperi antichi. I nostri padri stavano ben attenti a non distruggere le basi su cui si fondava il loro lavoro. E’ una saggezza di cui oggi dobbiamo riappropriarci." E se l’aut-aut è diretto a tutto il mondo, L’Italia da questo punto di vista risulta particolarmente avvantaggiata: "La nostra arte, le nostre tradizioni, il gusto di tante e tutte affascinanti diversità potranno essere un faro nel nostro cammino." Del resto la stessa ossessione di monetizzare tutto ciò che ci circonda avrebbe fatto il suo tempo: "Ormai ce lo dicono anche gli economisti. Ci sono campi che sfuggono agli imperativi del mercato, ma che sono portatori di altri valori, forieri di nuovi umanesimi per le società. In fondo se una rosa fiorisce nessuno, pur godendo dei suoi colori e profumi, se ne è mai chiesto il perché".

A cura di PC

Comments are closed.