AMBIENTE. WWF: “Il caldo prosciuga anche le nostre tasche”

Le ondate di caldo tornate a colpire in questi giorni l’Europa sono sintomi tipici dei mutamenti climatici globali, provocati dalle attività umane, secondo la quasi totalità degli scienziati e il Panel dei ricercatori dell’ONU (IPPC). Sintomi già ampiamente annunciati ma che non hanno prodotto altrettanti ‘mutamenti’ nelle azioni che il nostro paese avrebbe dovuto prendere da tempo. E come se non bastasse, accanto agli effetti del caldo torrido sulla nostra termoregolazione, sui livelli di acqua in laghi e fiumi, sull’aridità dei campi, sullo scioglimento dei ghiacciai, c’è quello sulle nostre tasche. Insomma, il caldo prosciuga anche ‘il portafoglio’ dei cittadini e la colpa è sempre di chi non ha saputo per tempo adottare strategie a breve e a lungo termine per ‘adattarsi’ alle conseguenze degli eventi estremi, come siccità, alluvioni, inondazioni.

Questa l’opinione del WWF Italia che approfitta per lanciare un appello in favore della sostenibilità come rimedio per vivere meglio : "Nelle nostre città si vivrà molto meglio quando l’Europa adotterà in tutti i paesi un tenore ‘più sostenibile’ dal punto di vista climatico: questo porterebbe benefici enormi: minore dipendenza dalle fonti di energia estere, risparmi in tutti i settori economici, costi sanitari più ridotti, nuove opportunità di lavoro nel settore delle energie rinnovabili e della conservazione energetica"

GLI EFFETTI SUL ‘PORTAFOGLIO’
Secondo un recente Rapporto della Munich Re "Topics geo"-Annual review, natural catastrophe", nel 2005 le perdite economiche globali dovute a catastrofi collegate a fenomeni climatici estremi (alluvioni, siccità, uragani, etc.) sono state di 210 miliardi di dollari, di cui 92 miliardi a carico delle compagnie assicurative. A contare i danni che riguardano l’Europa ci ha pensato l’Agenzia Europea per l’Ambiente, che ha confrontato con il passato le perdite economiche per gli stessi fattori: negli ultimi 20 anni si è passati da 5 a 11 miliardi di dollari l’anno .

PREPARANDOSI AI RINCARI IN BOLLETTA:
Mentre i serbatoi d’acqua, laghi alpini sia naturali che artificiali, vedono ridursi giorno dopo giorno il livello d’acqua le aziende idroelettriche, memori dei blackout degli anni precedenti, si mettono ai ripari mantenendo l’acqua negli invasi. I gestori dei bacini idrici di montagna stanno cercando di tenere gli invasi pieni, rilasciando acqua poco alla volta soltanto nelle ore di punta del mercato elettrico, quando i prezzi sono più alti. Infatti i prezzi sono determinati dall’andamento della Borsa dove, mediamente nei mesi di aprile – maggio – giugno, il listino dell’energia elettrica, anche quindi di quella prodotta dall’idroelettrico, sono relativamente bassi, ma tendono ad alzarsi notevolmente in luglio quando è più alta la richiesta di energia per il grande caldo. Nel confronto tra il mese di giugno e quello di luglio del 2005 i prezzi sono risultati oltre il 20% superiori nel mese di luglio rispetto a giugno. Se si restringe l’analisi alle poche ‘ore picco’ il differenziale di prezzo tra giugno e luglio è salito sino al 27,7%.

IL CAPITOLO ACQUA: MA DOV’E’ FINITA?
Dall’analisi del WWF sul Bacino del PO risulta che vi è stato un decremento dei contributi nevosi negli ultimi decenni che, con poche eccezioni, ha colpito l’intero settore meridionale delle Alpi, senza particolari distinzioni geografiche o altimetriche. Il valore di decremento medio delle precipitazioni nevose del 18,7 %, valido per le 35 stazioni, prese in considerazione dallo studio WWF, può considerarsi indicativo di un ordine di grandezza che, con buona probabilità, si può ritenere valido per larga parte dei settori alpini meridionali posti tra i 1000 e i 2500 metri di quota. Più in specifico, l’analisi del WWF ha mostrato come le località di bassa quota abbiano subito i decrementi proporzionalmente più consistenti, con punte di contrazione vicine o superiori al 40%

ONDATE DI CALDO: UNA CRISI ANNUNCIATA:
Il futuro delineato dai climatologi è tutt’altro che roseo: secondo il Rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) "Impacts of Europe’s changing climate" negli ultimi 100 anni la temperatura media globale è aumentata di circa 0,7°C mentre quella Europea di 0,95°C.
L’aumento medio delle temperature per il 2100 è previsto essere tra i 1,4 i 5,8°C al livello globale e 2,0-6,3 °C in Europa. Tra i fenomeni annunciati lunghi periodi di siccità e ondate di calore, soprattutto nell’Europa meridionale. Le ondate di calore e le giornate estremamente calde vengono annunciate molto comuni con anche periodi di oltre 40 giorni con la colonnina di mercurio sopra i 35%°C. Gli scenari prevedono un calo annuale delle precipitazioni che nel Mediterraneo settentrionale potrà raggiungere il 30% e un alto rischio di incendi boschivo associati a situazioni siccitose. Anche il Rapporto del National Center for Atmospheric Research (NCAR) aveva anticipato lo scorso anno nel 21mo secolo ondate di calore più intense, più frequenti e di più lunga durata.

GLI ANNI CALDI DELL’EUROPA:
Gli 8 anni più caldi, da quando esistono le registrazioni scientifiche della temperatura, dal 1860, sono stati registrati negli ultimi 14 anni. Le città europee boccheggiano e se si analizzano i dati sulle temperature stagionali di 16 città dell’UE si scopre che negli ultimi 30 anni, come riportato lo scorso anno dal WWF nel Rapporto "Europe feels the heat-extreme water and the power sector", l’andamento medio nelle capitali europee sia aumentato in alcuni casi di oltre 2°C. Londra è la città in cui si è registrato il maggiore incremento della temperatura massima estiva (oltre 2°C negli ultimi 30 anni) seguita da Atene e Lisbona, Varsavia e Berlino.
Il record dell’aumento delle temperature medie estive spetta a Madrid, con un impressionante +2,2°C, cui fanno seguito i +2°C di Lussemburgo, i + 1,5°C di Stoccolma e i +1,2°C di Bruxelles, Roma e Vienna. In questi ultimi 5 anni la temperatura media estiva di 13 delle 16 città analizzate ha superato di almeno 1°C quella del primo quinquennio degli anni ’70.
Anche la temperatura dei mari che circondano l’Italia si è progressivamente riscaldata: circa il 4°C tra il 185 e il 2003. A causa della dilatazione termica dell’acqua il livello dei mari dovrebbe salire di 20/30 cm entro il 2100 mettendo in pericolo quasi 4.500 chilometri quadrati di zone costiere.

CAMBIARE E’ POSSIBILE:
A partire dall’applicazione del protocollo di Kyoto, ridurre le emissioni di CO2, in Europa si può e gli effetti sono stati calcolati. Secondo un rapporto del Wuppertal Istitute commissionato dal WWF, mettendo in campo tutte le politiche già ‘esistenti’ nella legislazione europea, entro il 2020 la domanda energetica dell’UE potrebbe diminuire del 20% senza ridurre il livello di vita e senza danneggiare l’economia. In mancanza di azioni immediate la domanda aumenterà ogni anno dell’1,46%, ma l’adozione di politiche concrete potrebbe invece tagliarla dello 0,4% annuo.
Alcuni esempi: un isolamento più efficace, dispositivi di riscaldamento e condizionamento più efficienti e apparecchiature a maggior rendimento energetico permetterebbero all’utenza privata di risparmiare da sola un quinto della domanda energetica. Il settore della produzione potrebbe ridurre del 50% le emissioni di CO2 investendo in energia rinnovabile, nella cogenerazione e nella conservazione energetica. Le fonti di energia rinnovabile possono passare dall’attuale 1,8% annuo al 6,10%, Anche le emissioni di gas serra, non legate al consumo energetico (settore agricolo e dei rifiuti) possono essere ridotte del 33%.

 

 

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