Acqua, dov’è finito il referendum?

Il 12 e 13 giugno 2011 gli italiani hanno fatto una scelta: la gestione del servizio idrico in Italia deve restare pubblica. Votando sì al primo quesito, i cittadini hanno abrogato l’articolo 23 della legge 133/2008 che consente di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori privati. Un secondo quesito del referendum ha abrogato la norma relativa alla determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. E’ stata quindi eliminata la remunerazione, nella misura del 7%, del capitale investito dal gestore.

Ma attualmente la situazione è sospesa: la vittoria dei sì al referendum ha messo in discussione l’intero assetto organizzativo dei servizi idrici e si attende una norma che stabilisca un nuovo metodo tariffario. Quale sarà la tariffa idrica del futuro? Quanto pagheranno i cittadini italiani per l’acqua e, soprattutto, chi farà gli investimenti necessari a migliorare la rete idrica del nostro Paese? Questi temi saranno approfonditi durante il seminario organizzato dall’Anea, Associazione nazionale autorità ed enti di ambito, che si terrà domani 30 settembre presso il centro congressi Cavour di Roma. Ad aprire il dibattito sarà il presidente dell’Anea, Luciano Baggiani, che parlerà degli effetti del referendum e dei possibili scenari futuri. Help Consumatori lo ha intervistato.

Sono passati poco più di tre mesi dal famoso referendum del 12-13 giugno su acqua e nucleare e sembra che il discorso si sia interrotto. Perché?Quali saranno gli effetti del referendum?

Effettivamente l’attenzione su questi temi importanti si è un po’ interrotta dopo il referendum. Purtroppo nel dibattito politico nazionale e internazionale hanno prevalso altre emergenze. Ma il tema c’è e va affrontato. Gli effetti principali legati ai quesiti del referendum sull’acqua sono due: il referendum ha raggiunto, come obiettivo, l’abolizione dell’articolo 23 bis che prevedeva l’obbligo di fare le gare per affidare in gestione il servizio idrico o di vendere quote azionarie a privati per mantenere gli affidamenti in essere. Nella manovra finanziaria approvata dal Governo l’articolo 23 bis è stato in parte reintrodotto, ma per il servizio idrico resta escluso l’obbligo di gara e questo lo ritengo un positivo riconoscimento dell’esito del referendum. In poche parole, oggi ogni Ambito Territoriale italiano può scegliere il modello di gestione per il servizio idrico che più ritiene confacente al proprio territorio. Può scegliere se dare il servizio in concessione al privato, ad una società pubblico-privata o ad una società tutta pubblica. Resta esclusa la sola gestione in economia, come lo è da anni ormai. Prima del referendum era obbligatorio fare la gara, mentre con la nuova legge non c’è più quest’obbligo e questo lo ritengo un successo perché garantisce la continuità degli attuali affidamenti a società pubbliche.

Il tema della gestione pubblica o privata del servizio idrico era legata agli investimenti. I sostenitori del sì temevano che una gestione privata non avrebbe garantito gli investimenti necessari. E’ così?

Il problema degli investimenti è legato alla remunerazione e non alla proprietà del gestore. Il tema rilevante è quello del secondo quesito referendario. I propositori del referendum hanno eliminato la remunerazione del capitale investito, per colpire il profitto, ma questo ha come conseguenza il problema del finanziamento degli investimenti. Se non c’è alcuna remunerazione nessuno ha più interesse a mettere dei capitali in società che gestiscono il servizio idrico. Preferiranno investirli in settori dove c’è un qualche margine. Il problema è che siamo ancora in attesa del provvedimento legislativo della nuova Agenzia per il servizio idrico sul nuovo Metodo che stabilirà le componenti di costo da prevedere nella tariffa. Fin’ora le società ricavavano il 7% sul capitale investito; una parte copriva gli interessi sui prestiti, un’altra parte i costi che il Metodo tariffario non riconosceva ammissibili. Il profitto era ciò che rimaneva, con il quale era remunerato il capitale degli azionisti. Ma non sarà più così poiché il referendum ha cassato la voce "remunerazione" dalla tariffa. Questo è un problema poiché il capitale degli azionisti è il primo volano per gli investimenti ed è ciò che rende i Piani d’ambito finanziabili.

Come fanno gli altri Paesi europei?

Ovunque sia stata messa in piedi una gestione industriale del servizio idrico, il capitale degli azionisti viene remunerato. Nell’esperienza più avanzata, quella degli inglesi, la remunerazione è confrontata al rischio di impresa, quindi c’è una equa remunerazione, ponderata rispetto al mercato. Esistono tecniche sofisticate per stimare quanto è necessario per finanziare gli investimenti. Anche noi dovremmo approfondire la cosa in questo senso.

In Italia chi sarà a fare gli investimenti?

Se la remunerazione non c’è più o viene ridotta in maniera tale da non essere più conveniente, non solo non ci saranno soggetti privati ad investire, ma non lo farà neanche il pubblico. Con l’attuale crisi economica è impossibile fare affidamento sulla fiscalità generale e il rischio è che tutti gli interventi necessari sulla rete idrica italiana, dalle fognature ai depuratori, non verranno fatti a danno dell’ambiente e della salute. Ad esempio, c’è una direttiva europea che ci obbliga a depurare, entro il 2015, tutti i nuclei abitati sopra i 2000 abitanti; se l’Italia non lo fa paga delle sanzioni. Si stima che gli investimenti da fare ammontino a 65 miliardi di euro; lo Stato non è in grado di affrontare investimenti del genere. Quindi chi crede che eliminando dalla tariffa la remunerazione del capitale investito, gli investimenti saranno finanziati dalla fiscalità generale è utopista. Mi auguro che il Governo consenta ad ogni realtà italiana di scegliere il proprio modello di gestione e trovi una equa remunerazione per poter consentire di contrarre i prestiti necessari per fare gli investimenti.

Questo vuol dire che la tariffa comunque aumenterà?

L’aumento ci sarà a prescindere dalla remunerazione, perché ogni anno dobbiamo fare nuovi investimenti per adeguare la qualità del servizio. Per non aumentare dovrebbe essere lo Stato a fare tutti gli investimenti, ma questo vorrebbe dire aumentare le tasse, perché oggi non ci sono dei fondi inutilizzati che potrebbero servire a questo scopo. Io credo che debba essere prevalentemente la tariffa a finanziare anche gli investimenti, riconoscendo ai gestori, pubblici o privati che siano, una remunerazione più congrua rispetto all’attuale 7%, ancorata alle effettive condizioni del mercato. Poi ci sono altri meccanismi per tutelare le fasce più deboli della popolazione, garantire il raggiungimento degli obiettivi, la qualità del servizio, ma questo è un altro capitolo.

Con il federalismo fiscale cambierà qualcosa?

Con il federalismo fiscale in teoria potrebbero essere le Regioni a fare gli investimenti, ma a parità di imposizione fiscale, con tutti i tagli agli enti locali, anche questa è un’utopia.

Quali sono le vostre proposte?

Oggi tutti stanno zitti e lavorano nelle segrete stanze come i carbonari perché si ha paura della possibile reazione dei cittadini. Noi vogliamo aprire la discussione a tutti in modo trasparente alla luce del sole, parlando dei possibili scenari e delle conseguenze.

di Antonella Giordano

 

 

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