Acri/Ipsos: la crisi morde i risparmi

Gli italiani si confermano un popolo di risparmiatori ma, in una crisi economica che giudicano sempre più grave e sempre più lontana dalla soluzione, un quarto delle famiglie, pari al 26%, si trovano in "saldo negativo" di risparmio: deve cioè ricorrere a prestiti, bancari e non (7%) oppure intaccare il risparmio accumulato nel passato (19%) per tirare avanti. Per il resto si attendono tempi migliori e si conferma una forte propensione al risparmio: il numero di chi riesce a risparmiare si mantiene costante rispetto agli anni passati e si attesta al 36% delle famiglie, mentre il 37% consuma tutto quello che guadagna. Le famiglie preferiscono la liquidità, se devono investire guardano al mattone, hanno ridotto i consumi (tengono solo quelli per la casa e nella casa, come alimentari o telefonia) e non vogliono che i tagli alla spesa investano sanità, scuola, università e ricerca, pensioni.

Sono alcuni dei dati che emergono dall’indagine delle Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) realizzata da Ipsos in vista della Giornata mondiale del risparmio che, giunta alla 86a edizione, si svolgerà domani. Ha riassunto per Ipsos Nando Pagnoncelli: "Peggiora la percezione della gravità della crisi. Il 31% degli italiani vede l’uscita dalla crisi molto lontana. In contraddizione, aumentano coloro che si dichiarano soddisfatti della propria condizione economica. È come se ci si stesse abbandonando alla crisi: ci si accontenta di quello che si ha. Il 23% delle famiglie dichiara di essere stata colpita dalla crisi. Le famiglie in saldo negativo di risparmio sono il 26%, con un picco molto alto nelle regioni del Centro-Sud. Fra gli investimenti, il settore immobiliare è decisamente al primo posto". Ha commentato il presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti: "I dati confermano la propensione al risparmio degli italiani".

Il focus della ricerca di quest’anno riguarda "rigore e sviluppo": ebbene, i dati del sondaggio indicano che rispetto alla spesa pubblica, il 47% ritiene che i tagli inibiscano la crescita economica, mentre il 39% ritiene che la possano aiutare. C’è una differenza nella valutazione fra intenzione di chi opera i tagli e risultati ottenuti: il 59% degli italiani ritiene che siano volti a contenere gli sprechi, ma per il 74% questi si traducono in una riduzione dei servizi che Stato e Pubblica amministrazione forniscono ai cittadini. "Se proprio dovessero razionalizzare la spesa pubblica – rileva l’indagine – i cittadini italiani non taglierebbero mai: sanità (53% di citazioni), scuola, università e ricerca (34%), pensioni (33%); e se fossero proprio costretti a scegliere sacrificherebbero la difesa (il 45% di citazioni), le spese per la giustizia (19%), la protezione dell’ambiente (18%)". E per lo sviluppo del Paese il 48% indica che è fondamentale ridurre l’evasione fiscale, seguito a distanza (23%) dalla riduzione delle tasse a cittadini e imprese.

Le famiglie preferiscono la liquidità (68% contro il 62% dello scorso anno) e, se devono o possono investire, il mattone è segnalato come investimento ideale dal 58% degli intervistati (era il 52% l’anno scorso).

Capitolo consumi: tornano a frenare, specialmente per le famiglie in crisi o che stanno affrontando delle difficoltà. In particolare, in miglioramento sono solo il 6% delle famiglie – una famiglia su 17 contro una famiglia su 9 del 2006. Nel 2010, il 47% delle famiglie è riuscita a mantenere il proprio standard di vita solo con fatica (erano il 43% nel 2009); è costante il numero di coloro che ritengono peggiorato il proprio stile di vita (18%) e il numero di chi riesce a mantenere il proprio tenore di vita abbastanza facilmente (29%). La crisi nei consumi, che negli ultimi anni si sono ridotti, ha riguardato soprattutto il fuori casa, dunque bar, ristoranti, cinema, viaggi, teatro; ha intaccato l’abbigliamento e la cura della persona; sono statiche le spese per l’elettronica; stabili le spese per la telefonia e per la casa, in campo alimentare e non.

Emerge dalla ricerca una sorta di contraddizione fra un paese sempre più preoccupato dalla crisi ma che, allo stesso tempo, si dichiara soddisfatto (56% delle risposte) della propria situazione economica: fenomeno che viene interpretato dai ricercatori come "attendismo prudente e preoccupato". In sostanza, gli italiani si accontentano. In particolare, l’83% del campione (contro il 78% di un anno fa) percepisce la crisi come grave, il 69% si aspetta che non se ne potrà uscire prima di quattro anni, il 31% pensa addirittura a una soglia di cinque o più anni. Perché il 56% si dichiara allora soddisfatto della propria situazione economica? "La situazione nel paese – rileva l’indagine – sembra dunque polarizzarsi: in un clima di preoccupazione generale, chi non è stato direttamente colpito dalla crisi tende a rivalutare la propria situazione personale, nonostante sia preoccupato; al contempo c’è il 23% delle famiglie (quasi una su quattro) che è stato colpito effettivamente dalla crisi (nel senso che qualcuno appartenente al nucleo familiare ha perso il lavoro oppure ha avuto delle condizioni peggiorative) ed è particolarmente pessimista e critico riguardo la propria situazione economica".

di Sabrina Bergamini

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