Agroalimentare, filiera lunga o corta? Meglio efficiente

Efficienza e concorrenza. Maggiore efficienza e maggiore concorrenza. Queste sono state le parole più utilizzate dagli attori intervenuti al workshop organizzato questa mattina a Roma da Consumers’Forum dal titolo "Filiere lunghe, filiere corte, filiere estemporanee". Dopo una breve introduzione di Lorenzo Miozzi, presidente di CF, che ha ricordato i successi dell’associazione che si appresta a festeggiare il suo decimo compleanno, al professore Paolo De Castro, senatore e vicepresidente della Commissione Agricoltura di Palazzo Madama, è stato affidato il compito di entrare nel vivo del dibattito suscitandolo con una serie di valutazioni tecniche ed economiche sulle filiere nel settore agroalimentare.

Il professore ha iniziato il suo intervento dal tono di una lezione universitaria con una definizione di filiera del compianto Vito Saccomandi secondo il quale per filiera agroalimentare si intende l’insieme degli agenti economici, amministrativi e politici che direttamente o indirettamente delimitano il percorso che un prodotto agricolo deve seguire per arrivare dallo stadio iniziale di produzione a quello finale di utilizzazione, nonchè il complesso delle interazioni delle attività di tutti glia genti che determinano questo percorso.

Spesso e volentieri quando si parla di rincari dei prodotti agroalimentari e non, si punta il dito verso le filiere accusandole di essere troppo lunghe. In realtà – ha spiegato De Castro – il vero problema non sta nella lunghezza quanto nella efficienza della filiera: in altre parole filiera lunga non è sempre sinonimo di filiera inefficiente e al contrario filiera corta non è sempre sinonimo di filiera efficiente. Secondo il Senatore quello che manca nel nostro sistema distributivo, caratterizzato da una significativa presenza di operatori commerciali e distributivi, è l’organizzazione. Si pensi che solo il 35% dell’ortofrutta nel nostro Paese è commercializzata in forma organizzata: in Abruzzo la percentuale è bassissima (si parla del 5%) ma ci sono anche esempi virtuosi come il Trentino Alto Adige dove il 100% della produzione ortofrutticola è commercializzata in forma organizzata. L’efficienza. Ma quando si può parlare di filiera efficiente? Secondo De Castro una filiera è efficiente quando riesce a minimizzare i costi industriali di produzione e distribuzione. In secondo luogo, come si diceva prima, aprioristicamente non è possibile affermare che la filiera corta è più efficiente di quella lunga dato che sono le caratteristiche tecnico economiche del comparto/prodotto agroalimentare a determinarne la lunghezza. Infine, è altresì vero che la lunghezza della catena tende a ridursi quanto più organizzati risultano entrambi gli operatori posti agli estremi della stessa permettendo in tal modo una diminuzione di quelle "sacche di inefficienza" che spesso conducono ad una riduzione dei margini degli stessi operatori e un contestuale aumento dei prezzi per i consumatori.

E’ d’accordo con il Senatore quando si parla di maggiore organizzazione, Vito Bianco (Confagricoltura) secondo il quale oltre ai consumatori, la scarsa organizzazione pregiudica il mercato e non consente ulteriore crescita. La via d’uscita – sostiene Bianco – sta nella razionalizzazione del lavoro attraverso accordi con il mondo della trasformazione e della grande distribuzione organizzata.

In effetti, anche nella visione del professore De Castro, le nostre industrie hanno una forte propensione all’export che tuttavia necessita di essere sempre più incoraggiato dal momento che dal confronto con i partner europei usciamo – come sempre – sconfitti.

Non è totalmente d’accordo con una maggiore organizzazione delle filiere Luciano Sita (Centromarca) secondo il quale c’è una parte delle efficienze delle filiere che non può essere misurata. Sita fa riferimento alla estemporaneità, alla vivacità che caratterizza la nostra filiera. L’esempio rende meglio l’idea: il consumatore che va ad acquistare un litro di latte dal contadino attribuisce al gesto una serie di valori che non si possono misurare (ad esempio l’esperienza di recarsi in campagna, alle stalle, la mungitura). Secondo Sita, ciò afferma il concetto di carattere generale che più numerose sono le filiere maggiore è la possibilità di scelta per i consumatori e il livello di competizione del mercato. Dunque ritorna un’intuizione "antica": più competizione, maggiore vantaggio per i consumatori. E’ vero, ma la vera concorrenza sui prodotti ortofrutticoli non esiste. L’ha fatto notare Paolo Landi (Adiconsum) intervenuto al workshop secondo il quale a differenza degli altri prodotti, su quelli ortofrutticoli non c’è una grande concorrenza che permette di scegliere al consumatore il prodotto che più soddisfa la propria capacità di spesa.

Se è vero come ha spiegato De Castro supportato da Bianco che filiera corta non è sinonimo di efficienza come ci hanno fatto credere in questi ultimi tempi, perchè nei farmer market – dove si saltano diversi passaggi della filiera dal momento che il contadino vende direttamente al consumatore il frutto del suo lavoro – è possibile risparmiare e soprattutto perchè se aumenta il prezzo del grano all’origine la pasta costa di più e ad una diminuzione del costo all’origine non corrisponde quasi mai una diminuzione del costo della pasta per il consumatore finale? C’è qualcosa che non torna.

di Valentina Corvino

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