Alitalia atterra sui risparmiatori, di Beppe Scienza

Il presente articolo di Beppe Scienza è stato pubblicato su Libero Mercato del 04/09/2008.

 

Un salvataggio sulla pelle dei risparmiatori? I giochi non sono ancora tutti fatti, ma c’è qualcosa che stride nel piano Fenice, a prescindere da ogni simpatia o antipatia politica. Sarà anche vero che non è un fallimento, ma allora bisogna che qualcuno lo spieghi agli obbligazionisti dell’Alitalia, che temono di fare la fine di quelli della Parmalat.
D’altronde a rigore di termini pure la Parmalat non è fallita. Infatti ai creditori importa solo relativamente il tipo di procedura concorsuale in cui incappano, che può essere un fallimento in senso stretto, la Legge Marzano o una sua modifica. Quel che conta è quanto recuperano del loro credito.

Debt to equity. Per cominciare molti obbligazionisti si chiedono se non era meglio proprio una procedura alla Parmalat, magari con qualche adattamento della legge Marzano, ma conservandone l’impianto generale. Con essa gli attivi e i passivi vengono separati e i secondi congelati. Intanto il commissario manda avanti l’attività della società, procedendo a una riduzione del personale, se è il caso (e per l’Alitalia questo nessuno lo nega). Ma poi gli obbligazionisti diventano azionisti della società risanata: è il cosiddetto debt to equity. Sarebbero quindi loro, al posto o insieme a Roberto Colaninno e soci, ad attendersi un’altra redditività dai capitali che hanno messo, nolenti o volenti, nella nuova Alitalia.
Merita ricordare che i creditori della Parmalat ricevettero azioni del valore nominale di un euro, il cui prezzo di mercato si stabilizzò però presto sopra i 2 €, anche a prescindere dalle quotazioni molto più alte delle prime settimane, in qualche modo anomale. L’exploit dei 3,02 € in primissima battuta delle contrattazioni il 6 ottobre 2005 dipese anche dai ritardi nella consegna dei titoli.
Ma ai possessori del prestito Alitalia 7,5% 2010 è stato precluso di avvantaggiarsi del futuro probabile buon andamento della società. Il trattamento che riceveranno dipenderà soprattutto dal prezzo a cui il commissario Augusto Fantozzi venderà le attività della società: aerei, slot, terreni, marchio, avviamento ecc.
Corrono però voci che il ricavato non sarebbe sufficiente, nel qual caso dovrebbe intervere il fondo per i crac finanziari, su cui Libero Mercato ha riferito accuratamente più volte, anche di recente.

L’offerta di Air France. Alcuni dicono che i risparmiatori abbiano una memoria da elefante, anche se sussiste qualche dubbio sulla validità generale di tale regola. Non sono però richieste particolari doti mnemoniche per rordarsi quanto offriva neanche sei mesi fa Air France, cioè l’85 per cento del nominale delle obbligazioni e l’equivalente in titoli Air France di 0,10 euro ogni azione. Tanto per completare il discorso la tabellina che segue ???? riporta anche gli ultimi prezzi prima che la Borsa Italiana sospendesse i titoli il 3-6-2008.

Azioni e obbligazioni Alitalia
titolo ultimo prezzo di Borsa offerta di Air France
obbligazioni 65 per cento 85 per cento*
azioni 0,44 euro 0,10 euro*
* Air France offriva 0,3145 € in contanti per ogni obbligazione unitaria del valore nominale di 0,37 € e il concambio delle azioni Alitalia in proprie azioni valutando le Alitalia 0,10 euro per azione

Si può definire il piano Fenice la meraviglie delle meraviglie, magari potrà anche esserlo per la compagnia aerea in sé, ma come reagirà un risparmiatore? Se a conti fatti otterrà meno di 85 euro per cento di nominale, avrà fondati motivi per prendersela con chi ha fatto saltare l’accordo coi cugini d’Oltralpe. Anzi, a ben vedere è il Tesoro che avrebbe ceduto il suo credito ai francesi all’85%. Quasi tutti gli altri possessori di obbligazioni se le sarebbero tenute per incassare il 100% a scadenza, escludendo un fallimento di Air France nell’arco dei prossimi due anni.

Un affare per altri. Merita aggiungere en passant che molto probabilmente una compagnia aerea straniera, Air France o un’altra, magari non acquisirà subito il controllo, ma riuscirà a mettere non uno zampino ma un piede nella nuova società, senza pagare lo scotto di accollarsi neppure una quota del suo debito obbligazionario, che Air France si era offerta di rilevare in toto. Inoltre, visti i toni patriottici dell’impresa, perché Banca Intesa non ha pensato di permettere ai risparmiatori italiani di rischiare anche loro i propri soldi sottoscrivendo azioni di assoluta minoranza della nuova Alitalia che sta per nascere dal piano Fenice?

Le azioni Alitalia. Più complesso il caso degli azionisti. Per cominciare qui il prezzo previsto dall’offerta pubblica d’acquisto (opa) annunciata da Air France è un termine di paragone non significativo. L’offerta di scambio azionario, valutando 0,10 euro ogni azione Alitalia, avrebbe permesso al Tesoro di acquisire un pacchetto azionario, anziché nulla come adesso, ma era priva di interesse per un investitore di minoranza. Infatti in quei frangenti in Borsa il titolo batteva sugli 0,40-0,50 euro. Chi lo comprava o comunque se lo teneva, anziché semmai venderlo e comprare azioni Air France, non faceva conto di darlo all’opa. Pensava piuttosto che le quotazioni sarebbero salite, una volta risanata la società.
Un caso a parte, su cui voglio muoversi associazioni di consumatori di matrice sindacale, sono poi quei dipendenti diventati azionisti per aver sottoscritto le azioni offertegli a condizioni relativamente vantaggiose. Come tutti quanti hanno mantenuto in portafoglio azioni della compagnia italiana cosiddetta di bandiera, anche loro ci hanno rimesso pesantemente. Sul fatto però che (moralmente) gli spetti un indennizzo, le opinioni sono molto discordanti. È infatti presumibile che le azioni della società siano scese così tanto anche per il livello delle loro retribuzioni. Con una battuta trita e volgare viene da dire che è difficile avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Perdite pubbliche. Il direttore di questo giornale, Oscar Giannino, ha giustamente osservato riguardo al costo dei dipendenti in esubero da Alitalia che "quando i debiti li ha fatti una compagnia di Stato, non si vede perché e come non se li debba accollare chi li ha fatti. A spese di noi tutti" (26-8-2008, pag. 5). Ciò vale anche e a maggior ragione per le obbligazioni. Mentre infatti un dipendente non può cambiare senza problemi l’azienda dove lavorare, un risparmiatore può farlo coi suoi investimenti. Se in particolare ha scelto le obbligazioni Alitalia, con rendimenti alti ma non stratosferici, è perché si sentiva garantito dall’azionista pubblico e soprattutto dalle continue dichiarazioni dei suoi amministratori. Infatti costoro, nominati dal Tesoro, hanno sempre fatto riferimento e indotto i risparmiatori a fare affidamento sulla continuità aziendale.
Né ora sono sufficienti dichiarazioni d’intenti di esponenti del governo, quale per esempio il ministro delle infrastrutture Altero Matteoli (AN) che riguardo agli obbligazionisti ha detto il 27-8-2008 che esso "intende tutelarli, scongiurando un nuovo caso Parmalat".
In ogni caso distinguere gli obbligazionisti fra piccoli e meno piccoli cozza col dettato dell’articolo 47 della Costituzione che afferma che "la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme", senza riferirsi solo al piccolo risparmio. Tale restrizione sarebbe giustificata semmai per le azioni, interpretando in tal senso l’aggettivo popolare del secondo comma che aggiunge che essa "favorisce l’accesso del risparmio popolare a […] l’investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese".

Conti dormienti. Dal governo è stato annunciato il ricorso al nascente fondo alimentato dai cosiddetti conti dormienti. Le norme relative sono state migliorate rispetto alla bozza iniziale e comunque il principio a monte è condivisibile. È meglio che sia lo Stato a disporre di soldi dimenticati, anziché finiscano a essere le banche ad appropriarsene.
Per funzionare per l’Alitalia dovrà essere opportunamente formulato il regolamento applicativo, cosa ovviamente possibile. Tale fondo era stato pensato per le vittime di illeciti finanziari come nel caso di Cirio e Parmalat, ma nulla vieta di estenderne l’utilizzo a una fattispecie diversa.
Certo che gli italiani si erano disabituati ai crac a danno degli obbligazionisti. Sono passati oltre sei anni da quando andò a gambe all’aria la Cirio di Sergio Cragnotti e poco meno di cinque dal default della Parmalat di Calisto Tanzi. Vi sarà ora una nuova puntata con decine di migliaia di vittime di un altro dissesto, per giunta di una società del settore pubblico e proprio con Giulio Tremonti ministro dell’economia? Oppure, in un modo o nell’altro, i loro risparmi verranno salvati e/o reintegrati?

 

Di Beppe Scienza – Libero Mercato, 04/09/2008

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