BANCHE. Cassazione critica commissione di massimo scoperto. Il commento dell’Adusbef

Arriva un nuovo stop agli "abusi" bancari. Dopo l’illegittimità dell’anatocismo, la Corte di Cassazione ha criticato anche la prassi di esigere sui prestiti ai clienti la cosiddetta ‘commissione di massimo scoperto’, una percentuale richiesta in aggiunta ai normali tassi di interesse che si aggira in media sullo 0,80% e che frutta alle banche un introito annuo di 39,7 miliardi di euro. A denunciarlo è l’Adusbef, l’associazione difesa utenti dei servizi bancari, finanziari, postali e assicurativi.

In pratica ogni prestito elargito dalle banche è oggi soggetto non solo agli interessi, ma anche alla commissione, che invece – spiega l’associazione – non dovrebbe essere applicata come aggiuntiva, ma solo come "corrispettivo dell’obbligo della banca di tenere a disposizione del cliente una determinata somma e per un tempo determinato". La percentuale in più dovrebbe quindi riguardare solo la parte del fido bancario eventualmente non utilizzata dal cliente e quindi non soggetta ad interessi. Il meccanismo è più semplice se spiegato con un esempio: nel caso di un affidamento di 5.000 euro la commissione scatterebbe sull’intera cifra se il cliente non utilizzasse alcuna somma messa a disposizione dalla banca.

Nell’ipotesi invece in cui il cliente utilizzasse solo 3.000 dei 5.000 euro del fido, la banca dovrebbe percepire un interesse sulla somma utilizzata e una commissione per gli altri 2.000 euro tenuti a disposizione. Oggi invece – afferma l’Adusbef – la commissione di massimo scoperto non viene calcolata sulla somma affidata o rimasta disponibile, ma sulla somma massima utilizzata, come aggiunta rispetto agli interessi. Tra metodologia di calcolo e funzione tradizionale della commissione – continua l’associazione – "c’é quindi una incolmabile contraddizione che porta, secondo la maggioritaria giurisprudenza di merito, alla nullità di quell’addebito".

In base alla sentenza della Suprema Corte – riporta l’Adusbef – la commissione di massimo scoperto "appare come una remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall’effettivo prelevamento della somma e, dunque, una remunerazione soggetta a vantaggi economici che possono essere usurari se aggiunti al tasso d’interesse". Da qui la nuova battaglia dell’associazione, che dopo il
clamoroso caso degli interessi anatocistici, ritenuti illegittimi e quindi rimborsabili, promette di avviare "azioni di recupero collettive contro le banche che hanno applicato norme contrattuali vessatorie".

 

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