CONCORRENZA. Prezzo sigarette, sanzionate ETI e gruppo Philip Morris

Sanzioni pecuniarie di 50mila e 20mila euro, rispettivamente per le società del gruppo Philip Morris e per l’Ente Tabacchi Italiani (ETI). Sono i provvedimenti presi dall’Autorità Garante della Concorrenza (AGCM), a seguito di un’indagine iniziata nel 2003. Motivazione delle ammende: aver posto in essere un’intesa per l’alterazione della concorrenza sul prezzo di vendita delle sigarette nel mercato italiano dal 1993 al 2001. La causa è ora sospesa, in attesa della pronuncia da parte della Corte di Giustizia Ue.

L’Autority ha imputato la pratica antinconcorrenziale all’ETI, succeduto nel 1999 all’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (AAMS) nel settore della produzione e commercializzazione del tabacco. Il provvedimento dell’AGCM è stato impugnato davanti al TAR del Lazio, che ha respinto il ricorso del gruppo Philip Morris ed ha accolto parzialmente il ricorso dell’ETI, sulla base del principio della responsabilità personale consacrato dalla legge n. 689/81, a cui rinvia la legge n. 287/90 (norme per la tutela della concorrenza del mercato). Il Consiglio di Stato, adito in appello, ha poi sospeso il procedimento, sottoponendo due quesiti pregiudiziali alla Corte di Giustizia: in base a quali criteri il diritto comunitario consente di imputare un comportamento anticoncorrenziale al successore nel mercato di colui che ha preso parte all’intesa? Le autorità garanti della concorrenza hanno eventualmente un potere discrezionale nell’ambito di siffatta imputazione?

L’AGCM fonda la propria decisione ammettendo che "determinante per imputare comportamenti anticoncorrenziali è il principio della responsabilità personale". "Tuttavia – afferma l’Antitrust – , una troppo formalistica applicazione del principio della responsabilità personale potrebbe comportare l’elusione delle finalità delle sanzioni per comportamenti anticoncorrenziali, in particolare l’effettiva attuazione delle norme in materia di concorrenza. Qualora, infatti, l’originario gestore dell’impresa non esista più, o non svolga più alcuna attività economica significativa, la sanzione rischia di andare a vuoto. Inoltre, i gestori di imprese sarebbero incentivati a sottrarsi alla loro responsabilità di fronte alle norme in materia di concorrenza proprio mediante modifiche organizzative mirate".

"Può pertanto rivelarsi necessario – prosegue l’Autority – che un comportamento anticoncorrenziale, in via eccezionale, venga imputato non già all’originario, bensì al nuovo gestore dell’impresa che ha partecipato all’intesa. Una siffatta imputazione al nuovo gestore viene però in considerazione esclusivamente quando questi, sotto l’aspetto economico, possa essere effettivamente considerato successore del gestore originario, quando cioè gestisce l’impresa che ha preso parte all’intesa (criterio della continuità economica). Tale criterio non deve sostituire ma solamente integrare il principio della responsabilità personale".

"L’AG ritiene che – si legge nelle conclusioni dirette alla Corte di Giustizia – le autorità garanti della concorrenza ed i giudici competenti non hanno alcuna facoltà di scegliere se imputare il comportamento anticoncorrenziale di un’impresa all’originario ovvero al nuovo gestore. Il criterio della continuità economica può invece venire in considerazione solo qualora le sanzioni previste dalle norme in materia di concorrenza, in caso di mera applicazione del principio della responsabilità personale, dovessero mancare il loro obiettivo. Tuttavia, l’autorità competente dispone di un margine di valutazione in presenza di rapporti economici complessi".

L’Autority suggerisce alla Corte di Giustizia di risolvere le questioni sollevate dal Consiglio di Stato come segue:

  • a) Secondo il principio della responsabilità personale, il comportamento anticoncorrenziale di un’impresa dev’essere imputato, in linea di massima, al suo gestore originario, che al momento dell’infrazione era responsabile per l’impresa, anche nel caso in cui, al momento della decisione dell’autorità garante della concorrenza, responsabile dell’impresa è un nuovo gestore.

Questo vale anche nel caso in cui l’impresa, al momento dell’infrazione, era gestita dallo Stato e, successivamente, è stata trasferita ad una persona privata.
b) Solo in via eccezionale il comportamento anticoncorrenziale può essere imputato al nuovo gestore dell’impresa, qualora: il nuovo gestore abbia continuato a gestire l’impresa fino al momento della decisione dell’autorità garante della concorrenza; l’originario gestore, al momento della decisione dell’autorità garante della concorrenza, abbia cessato di esistere giuridicamente, ovvero non svolga più alcuna attività economica significativa, neanche su un mercato diverso da quello interessato dall’intesa; e tra l’originario e il vecchio gestore sussista un nesso strutturale, ovvero l’impresa sia stata trasferita al nuovo gestore fraudolentemente per eludere le sanzioni previste dalla normativa in materia di concorrenza.

  • L’autorità garante della concorrenza non ha potere discrezionale nell’imputazione dei comportamenti anticoncorrenziali. Dispone tuttavia di un margine di valutazione nei limiti in cui, nell’ambito di tale imputazione, deve vagliare rapporti economici complessi.

 

 

 

 

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