CONSUMI. Gfk Eurisko: cambiano i consumi, si cerca un nuovo benessere

Mettetevi il Novecento alle spalle e prendete le distanze dalla cultura di massa. Unite il cambiamento dei bisogni e dei desideri con l’interdipendenza crescente di economia, ecosistemi, tecnologie e individui. Seguite le tendenze alla valorizzazione del benessere, al cambiamento del rapporto con il tempo, al consumo di qualità, alla volontà di partecipare, alla eco sostenibilità e alla consapevolezza etica. Ponete il tutto in un ambiente nel quale Internet e i social media riportano l’iniziativa nelle mani dell’individuo e lo rendono più responsabile. Aggiungete l’impatto della crisi economica. E avrete gli ingredienti che spiegano il passaggio progressivo a un nuovo modello di consumo.

Detto così è un po’ semplicistico. Ma i consumi stanno cambiando e cambiano anche i consumatori. E’ un movimento per ora evidente in una fascia alta di persone (le cosiddette élite, che trainano il cambiamento) ma tendenzialmente rivolto a tutti i consumatori. A riflettere sul passaggio "verso un nuovo modello di consumo" è un seminario organizzato oggi a Roma su questo tema da Gfk Eurisko, istituto che opera in Italia nelle ricerche sul consumatore.

Sintetizza il presidente Giuseppe Minoia: "La crisi dei consumi non è solo quantitativa. I consumi cambiano anche perché i convincimenti, i desideri e i bisogni evolvono. Cambiano i modi di pensare la spesa. E anche la grande fascia di popolazione sta evolvendo. Il senso del nuovo modello, trainato dalle élite, riguarda la ricerca del meglio in tema di benessere, in una sintesi di valori sostenibili". E aggiunge: "Il Novecento è alle spalle. Abbiamo preso le distanze dalla cultura di massa, abbiamo capito che le proposte generaliste possono essere nocive, abbiamo capito che il piacere sta nell’equilibrio e che il bene-essere è lo scopo ultimo. Siamo diventati più attenti, più informati, più esigenti, più competenti anche grazie alla cultura di massa della seconda metà del Novecento, dalla quale tutti oggi tendono a prendere le distanze".

Si va verso un nuovo modello di consumo trainato dalle élite. La crisi sta riconfigurando i modelli di consumo. In che modo? Basti guardare alcuni dati, illustrati da Paolo Anselmi, vicepresidente Gfk Eurisko: fra la popolazione complessiva, il 46% afferma che dopo la crisi tornerà ai consumi precedenti, ma il 41% afferma che seguirà un modo di consumare diverso. Percentuale che sale al 59% fra le élite (target con elevata capacità di spesa, interessato alle novità, culturalmente attivo), al 57% fra gli studenti, al 56% fra i laureati. Si afferma ad esempio il paradigma degli acquisti responsabili, tanto che un terzo degli italiani (35%) dichiara di non aver acquistato qualche prodotto perché poco responsabile dal punto di vista ambientale o sociale. La percentuale, anche qui, sale al 60% nella èlite, al 55% fra i laureati, al 48% fra gli studenti, al 44% nella fascia di età compresa fra i 35 e i 44 anni.

La dinamica si comprende meglio se si guarda al nuovo modello alimentare che, spiega Anselmi, "anticipa i principi-guida del nuovo modello di benessere e consumo". Nell’alimentazione, le nuove tendenze valorizzano il rapporto del cibo con il benessere e la salute e il legame fra l’alimentazione sana e la sostenibilità ambientale. Evolvono verso la riduzione delle quantità – perché si è consapevoli del problema dell’obesità. E verso il miglioramento della qualità. E legano l’alimentazione all’arricchimento dell’esperienza di consumo sul piano culturale – attraverso l’attenzione alla cucina regionale e alle cucine straniere – e sul piano sociale, attraverso una dimensione di convivialità. Dunque "è in atto – spiega Anselmi – un ripensamento del modello di benessere e i segmenti sociali più dotati di risorse sono i laboratori di progettualità". Si cerca maggiore equilibrio fra benessere privato e benessere pubblico, si va verso una nuova sobrietà e una riscoperta del senso della misura, si ricerca la qualità e il senso delle singole esperienze.

Il tutto parte dall’alto, ma non solo. I confini sono permeabili, anche perché con Internet e i social network le esperienze vengono condivise in un ambiente che rende i consumatori più consapevoli e attenti al senso delle cose. Il benessere, come ricorda il presidente Minoia, si declina in tante dimensioni – è benessere in quanto cittadini, utilizzatori di servizi pubblici, dei servizi per la salute, dei servizi per famiglie, bambini e donne. E il tutto non si esaurisce mai nel singolo prodotto, perché di fronte ad esso ci si chiede come è stato prodotto, in quale filiera, e come siano stati trattati i lavoratori che l’hanno prodotto, e via risalendo lungo una serie di contenuti che non sono solo materiali.

Ma quanto i nuovi modello di consumo, legati alla sostenibilità e attenzione al benessere, passano dall’elite alle altre persone e quanto questo avviene nonostante la crisi, o a causa della crisi? Spiega Anselmi: "La crisi ha rafforzato e amplificato un processo di cambiamento che era già in atto. C’è un consumatore che negli ultimi anni abbiamo visto diventare sempre più selettivo e attento a quello che spende, indipendentemente dalla disponibilità di risorse. Per élite parliamo di un 20% che ha maggiori risorse. Questo segmento, che ha più denaro da spendere, si muove nella direzione di un contenimento e di una riduzione quantitativa. Questo è un segnale che va nella direzione in cui si sta muovendo, per necessità o per scelta, anche il resto della popolazione".

Sostiene il vicepresidente dell’Istituto: "Il tema del miglioramento qualitativo, se inteso solo come ‘compro di meno ma cose di migliore qualità’, non è estendibile alla totalità della popolazione. Ma se con miglioramento qualitativo intendiamo anche acquisto di prodotti che hanno maggiore senso, significato e valore per il proprio progetto di vita, maggiore cultura e competenza d’uso dei prodotti, maggiore condivisione e convivialità anche nei momenti di consumo: queste sono dimensioni a costo zero. Non si tratta di spendere di più, si tratta di investire maggiormente in termini culturali".

E la crisi? "Credo che la crisi sia stata un acceleratore di questa presa di coscienza – afferma Anselmi – Il venir meno della possibilità delle aspettative crescenti, di uno sviluppo illimitato, che per le economie mature non è più realizzabile, rende necessaria una riconfigurazione. Che non è pauperistica. Forse avremo un po’ meno beni – compreremo meno abiti, un paio di scarpe in meno, forse avremo un’automobile invece di due – ma non è detto che questo rappresenti una perdita per la qualità della vita. Sono convinto che sarà esattamente il contrario".

di Sabrina Bergamini

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