CSR. Forlani (Italia Lavoro): “Dalla crisi si uscirà con la responsabilità sociale delle imprese”

Il tema della responsabilità sociale d’azienda, Corporate Social Responsability (CSR), e quello dell’etica aziendale hanno oramai, da qualche anno, assunto un ruolo fondamentale nel dibattito sul futuro dell’impresa. La recente crisi economica ha innescato sicuramente un ripensamento dei comportamenti delle aziende: meno profitto e più coscienza del proprio ruolo sociale. Certo a questa consapevolezza deve accompagnarsi un intervento normativo da parte dei Governi.

Quindi quali sono gli scenari e le prospettive della CSR? Di questo si è parlato oggi in occasione del convegno organizzato a Roma dall’Inail e da Italia Lavoro. Quest’ultima da anni è sensibile al tema della responsabilità sociale e, all’interno del proprio bilancio sociale, sta sviluppando una serie di azioni attraverso una nuova metodologia di calcolo degli effetti economici prodotti dalla propria attività a beneficio della collettività.

Nel suo intervento Giuseppe Pennisi, Prof dell’Università Europea di Roma, ha delineato gli scenari di una nuova linea di ricerca sulla CSR nel "dopo crisi". Le caratteristiche principali, secondo la sua riflessione, sono due: una più generale che interessa il mondo intero e che "va oltre il Pil" come misura di benessere nazionale e un’altra a dimensione più europea, che guarda ad un modello di crescita basato sulla soddisfazione di bisogni collettivi, sul miglioramento sostenibile e sulla qualità della vita.

Help Consumatori ha approfondito il tema del convegno di oggi con il Presidente di Italia Lavoro, Natale Forlani.

D. Il tema dell’incontro di oggi è la responsabilità sociale delle imprese. Qual è il quadro attuale in Italia e quali sono le prospettive per il futuro?

R. Oggi la responsabilità sociale delle imprese è vissuto sostanzialmente come un comportamento parallelo agli atteggiamenti che invece vengono premiati dall’impresa, in primis la competizione economica. La responsabilità sociale è vista come un derivato di questa competizione, dunque prima devi investire sulla competitività, poi puoi pensare all’ambiente e alle risorse umane. Ci sono due cose che io spero che possano aiutare ad una diversa presa di coscienza: la prima è la crisi che oggi sta mettendo in evidenza cosa è importante e cosa non lo è nelle imprese, a cominciare dalla capacità di tenuta degli investimenti di lungo periodo, che producono economia reale; la seconda è costituita dagli interventi che fanno la differenza in una comunità locale. Questo sta diventando sempre di più parte della sensibilità dei consumatori, che stanno andando verso prodotti che considerano alcuni valori come l’ecocompatibilità, la qualità della produzione, la qualità delle risorse umane, la capacità di mantenere il rapporto con i clienti in maniera corretta e tutti quelli che sono i temi della responsabilità sociale dell’impresa. Questo recupero di identità tra competitività e valori fondanti di responsabilità sociale mi sembra che sia uno degli elementi principali che emerge da questa crisi economica ed è probabile che ci sarà uno spostamento in avanti della sensibilità culturale dei cittadini e delle aziende. La capacità di assumere il comportamento sociale come elemento fondante della competitività dell’impresa e non come una cosa parallela è quasi esclusivamente un fatto culturale. Ci sono peraltro molte imprese che abusano della responsabilità sociale per avere benefici in termini di immagine, facendo del mecenatismo sociale, ma poi al loro interno si comportano male.

D. Secondo lei le imprese italiane sono pronte a cambiare atteggiamento?

R. Io direi che nel mondo sviluppato questa è una necessità; le imprese oggi possono competere su parametri diversi rispetto al passato. Dalla crisi si uscirà utilizzando appunto questi nuovi parametri, se non lo fai sei fuori dal riposizionamento delle imprese cui stiamo assistendo.

D. Attualmente in Italia ci sono dei buoni esempi, cioè delle imprese che già adottato comportamenti socialmente responsabili?

R. Probabilmente sono più diffusi di quanto la presenza di bilanci sociali certifichi. Indubbiamente, infatti, le imprese che assumono un bilancio sociale sono molto poche, mentre se consideriamo l’atteggiamento concreto che si registra all’interno delle imprese, soprattutto in questo momento di crisi, le cose vanno meglio. Sono numerose, infatti, le piccole e medie aziende che non licenziano, facendo delle risorse umane l’elemento di tenuta e di qualificazione anche per il proprio futuro. Questo dimostra come il substrato collettivo su cui lavorare per migliorare la cultura della responsabilità sociale è buono.

D. Quali sono i punti del programma "Enterprise 2020" lanciato dalla Commissione Europea?

R. Il lavoro cominciato dalla Commissione è arrivato ad un livello avanzato, ma poco pregnante dal punto di vista dei vincoli nazionali, cioè siamo ancora alle raccomandazioni. In Europa, tuttavia, c’è un dato che emerge in maniera significativa: l’economia sociale di mercato è un po’ il modello che caratterizza l’economia dell’Europa nel quadro mondiale. In questo quadro la responsabilità sociale è un elemento caratterizzante; la capacità di investire sulle risorse umane e sull’ecocompatibilità, la capacità di fare ricerca, fidelizzare il rapporto con i clienti, sono tutti elementi qualificanti del modello sociale europeo.

D. Secondo lei presto arriverà una proposta più concreta dall’Europa?

R. Io credo di sì ed è proprio questo il lavoro che stiamo facendo noi; cioè quello di costruire una rete di rapporti, in sede comunitaria, tra imprese ed organismi che si occupano di responsabilità sociale. Stiamo facendo un lavoro di informazione molto importante, cercando di dare un valore collettivo alle imprese che si comportano bene.

di Antonella Giordano

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