Class action, dicono di lei…

Un falso rimedio o uno strumento di "servizio" per consumatori più tutelati? I quotidiani come affrontano e come hanno affrontato l’introduzione nel nostro ordinamento dell’azione collettiva? Movimento Consumatori e Movimento Difesa del Cittadino in collaborazione con Consumer’s Forum hanno commissionato una ricerca sul tema ad un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza che ha analizzato 369 articoli apparsi l’anno scorso sui 4 quotidiani di maggiore diffusione (La Repubblica, Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e Italia Oggi). L’immagine della class action che ne viene fuori è quella di una versione che soffre del continuo e dannoso confronto con quella statunitense: una versione frutto di un compromesso, pasticciata oltre che troppo farraginosa.

Il dibattito sull’azione collettiva, condizionato dai continui rinvii legislativi, si è incentrato intorno a due aspetti generali: i vantaggi per i consumatori e i possibili rischi economico-sociali per le imprese. Mentre i quotidiani economici (Il Sole 24 Ore in primis che non a caso è considerato il quotidiano di Confindustria) hanno tendenzialmente orientato alla messa in evidenza dei pericoli per le aziende, le altre testate (in maggior misura La Repubblica) hanno seguito una linea editoriale più vicina ai possibili vantaggi per i consumatori. Stessa distinzione, tra quotidiani economici e non, quando si mettono a confronto le testate che riportano le voci del movimento consumerista: tutto sommato il movimento viene ritenuto un soggetto centrale nella possibile proposta di "class action" anche se i quotidiani economici sono restii a riportare le voices del movimento consumerista.

Come affrontano i quotidiani l’argomento class action? Dalla ricerca emerge che la narrazione giornalistica guarda alla class action ancorandosi prevalentemente a casi concreti: il riferimento ad una particolare class action compare infatti nella larga maggioranza degli articoli (69,6%). Guardando al contenuto di questi riferimenti (se presenti), emerge come essi abbiano per oggetto in primo luogo la possibilità (ovvero la "minaccia") di intraprendere un’azione collettiva (42,8% dei casi), quasi a sottolinearne una valenza di "spauracchio", in particolare nei confronti delle imprese. Al secondo posto gli articoli dedicati agli sviluppi o gli aggiornamenti su una class action in corso (23,7%), che rendono evidente il peso della vicenda Parmalat su questa categoria.

Di particolare interesse è la verifica dei settori cui si riferiscono i richiami alla class action (vedi tabella): al primo posto il settore bancario (36,9%). E’ un dato netto, sul quale pesano in maniera determinante gli sviluppi del caso Parmalat e la pesante crisi finanziaria nel mercato dei subprime americani, il crack di Lehmann Brothers e di altre banche d’affari statunitensi. A seguire, il comparto della telefonia e delle telecomunicazioni, spesso associato a clausole vessatorie nei confronti dei consumatori (13,1%). Al quarto posto, anche per effetto delle aspettative e delle critiche scaturite dalle dichiarazioni del ministro Brunetta, c’è la pubblica amministrazione (8,3%).

di Valentina Corvino

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