DIRITTI. Amnesty: tortura in 61 paesi, oltre 1200 esecuzioni

A 60 anni dall’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani la tortura è ancora presente in almeno 61 paesi del mondo, sono celebrati processi iniqui in almeno 54 paesi, si contano almeno 1252 esecuzioni capitali in 24 paesi e in 77 paesi non è consentita libertà d’espressione. Violati i diritti di donne, migranti e minoranze. Per ognuno degli articoli della Dichiarazione universale c’è un numero impressionante di violazioni e soprusi. E "uno degli articoli più violati – afferma Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty International – è l’articolo 1 per cui tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti". Per questo Amnesty International ha chiesto ai leader del mondo di "porgere le proprie scuse per 60 anni di fallimenti e di assumere un nuovo impegno per conseguire miglioramenti concreti in tema di diritti umani". L’occasione è stata la presentazione del Rapporto annuale 2008 sulla situazione dei diritti umani nel mondo.

Le violazioni dei diritti umani chiamano in causa direttamente le responsabilità dell’Europa, degli Stati Uniti, di Cina, Russia e dei paesi leader. A differenza dell’opinione pubblica che "si dimostra sempre più sensibile – ha proseguito Paolo Pobbiati – Basta pensare alla fiaccola olimpica che ha attraversato un percorso a ostacoli. I leader mondiali devono prendere atto di questa presa di coscienza. Riteniamo che i governi, per il 60° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, debbano scusarsi e dirci da che parte stanno".

Amnesty chiede dunque ai leader mondiali di scusarsi per "60 anni di fallimenti" e assumere "un nuovo impegno per conseguire miglioramenti concreti in tema di diritti umani". Per ogni articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani, Amnesty ricorda le violazioni nel mondo. Nel 2007 sono state eseguite almeno 1252 condanne a morte in 24 paesi. Sono stati documentati casi di tortura e trattamenti crudeli, inumani o degradanti in almeno 81 paesi. Amnesty ha evidenziato legislazioni discriminatorie contro le donne in almeno 23 paesi del mondo, contro i migranti in almeno 15 paesi e contro le minoranze in almeno 14 paesi.

Processi iniqui continuano a essere diffusi: alla fine dell’anno almeno 600 persone era in carcere senza accusa, processo o revisione giudiziaria nella base aerea di Bagram, in Afghanistan, e 25 mila erano quelle detenute dalla Forza multinazionale in Iraq. Procedimenti giudiziari iniqui sono riscontrati in 54 paesi. Alla fine dell’anno, 270 persone fra le 800 trasferite a Guantamano Bay dal 2002 erano detenute senza accusa né procedimento legale corretto. Ci sono – prosegue l’associazione – prigionieri di coscienza in 45 paesi e leggi che limitano la libertà di espressione e stampa in 77 paesi del mondo.

"Le crisi dei diritti umani in Darfur, Zimbabwe, Gaza, Iraq e Myanmar richiedono un’azione immediata – ha detto Pobbiati – L’ingiustizia, la disuguaglianza e l’impunità sono i tratti significativi del mondo di oggi. I governi devono agire subito, per colmare il divario crescente fra ciò in cui s’impegnano e quello che fanno". Il 2007 è stato dunque caratterizzato "dall’impotenza dei governi occidentali e dall’ambiguità o riluttanza delle potenze emergenti rispetto ad alcune delle peggiori crisi dei diritti umani, come i conflitti in corso da decenni o la crescente ineguaglianza di cui fanno le spese milioni di persone". L’Europa, in questo quadro, non si salva: "L’Unione europea – ha detto il presidente della sezione italiana – continua a professarsi di essere un’unione di valori ma a fronte di prove del suo coinvolgimento nelle extraordinary renditions (i trasferimenti illegali di persone da un paese all’altro che culminano in arresti arbitrari, detenzione senza processo e tortura, ndr) non c’è stata una misura concreta per impedirle ed è emersa una scarsa volontà di fare chiarezza". Due invece i risultati positivi indicati: l’approvazione delle Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni e la moratoria sulla pena di morte. Il 2008 rappresenta dunque l’opportunità, per leadership al potere e potenze emergenti, "di indicare una nuova direzione e rigettare le politiche miopi che, negli ultimi anni, hanno reso il nostro pianeta un luogo sempre più pericoloso e diviso".

LINK: Amnesty International

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