DIRITTI. Crocifisso nelle aule, le ragioni del ricorso dell’Italia alla Corte Ue

Il 30 giugno l’Italia presenterà alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo il ricorso contro la decisione che la Corte ha preso a novembre scorso sui crocifissi nelle scuole. Nella sentenza del 3 novembre la Corte aveva precisato che i crocifissi in classe ledono il diritto dei genitori di educare i propri figli secondo le proprie convinzioni e dunque ledono il diritto dei bambini alla libertà di religione.

La questione è stata al centro di una conferenza stampa svoltasi oggi a Palazzo Chigi, in cui è stato presentato il saggio "Identità religiosa e culturale d’Europa – La questione del Crocifisso" del prof. Carlo Cardia, docente di diritto ecclesiastico presso l’Università di Roma tre.

"Io credo che esistano tutte le condizioni – ha precisato Cardia – perché la sentenza della Corte di Strasburgo del 3 novembre 2009 sul crocifisso venga rivista dalla Grande Chambre in una visione più ampia del problema che riguarda l’Italia e quasi tutti gi altri Paesi europei che, in un modo o nell’altro, espongono simboli religiosi negli spazi pubblici".

Il prof. Cardia ha spiegato che la Corte non ha tenuto conto di alcuni elementi giuridici e di fatto. Secondo Cardia la Corte avrebbe contraddetto la propria giurisprudenza pluriennale riguardo la religione cristiana. La Corte, poi, non avrebbe preso in considerazione il Regolamento del 1908 che conferma la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche. "Quindi – aggiunge Cardia – il crocifisso non è frutto del confessionismo ma delle scelte liberali, e poi del legislatore nel periodo costituzionale".

In conclusione Cardia richiama un altro errore della Corte: quello di non aver esaminato la condizione reale della scuola italiana: "nella scuola italiana sono ammessi insegnamenti religiosi facoltativi per tutte le confessioni religiose riconosciute". Inoltre "la scuola italiana è aperta alla realtà multiculturale, e ammette simboli e pratiche di altre religioni. Leggi, decreti, circolari, e giurisprudenza, prevedono la legittimità del velo islamico, di altri simboli e vestimenti di derivazione religiosa, mentre nelle scuole spesso si festeggia l’inizio e la fine del ramadan proprio per far socializzare i ragazzi; in alcune scuole e nei luoghi di lavoro si legittima la preghiera quotidiana secondo gli orari previsti dalla dottrina musulmana, ecc".

Il 30 aprile, ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta l’Italia presenterà alla Corte di Strasburgo una "memoria illustrativa" delle sue ragioni.

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